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Effetto Covid, così la pandemia ha peggiorato la condizione femminile

Mentre gli omicidi diminuiscono, i femminicidi non si arrestano, con un'impennata di casi durante il lockdown. L'intervento di Valeria Valente, senatrice Pd e presidente della Commissione di inchiesta del Senato sul femminicidio e la violenza di genere
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Quest’anno celebreremo l’8 marzo in una condizione particolare, a un anno dall’inizio della pandemia e nell’anniversario esatto del lockdown nazionale che se ha segnato, ora possiamo dirlo, un prima e un dopo per tutti, lo ha fatto soprattutto e in modo drammatico per le donne. Gli ultimi dati della Polizia di Stato confermano purtroppo l’indagine che abbiamo effettuato nel 2020 come Commissione d’Inchiesta del Senato sul Femminicidio e la violenza di genere.

In linea con un trend che va avanti da 15 anni, mentre gli omicidi diminuiscono, insieme con gli altri reati violenti, i femminicidi persistono, così come le altre forme di violenza sulle donne ma, in termini relativi, il Covid ha peggiorato di molto la condizione femminile: l’incidenza dei casi di violenza contro le donne rispetto al totale ha infatti subìto un’impennata durante l’emergenza. Come ha rilevato la Commissione, se nel mese di marzo 2019 si erano registrate 38 uccisioni di persone, di cui 12 erano donne, il 30 per cento del totale, nel mese di marzo 2020 ci sono state 11 uccisioni e di esse ben 7 erano di donne, il 60 per cento del totale. Questo andamento si è poi confermato ad aprile 2020 rispetto allo stesso periodo 2019. A gennaio e febbraio di quest’anno sono state 15 le persone di sesso femminile uccise in quanto tali: la più grande, Clara Ceccarelli, aveva 69 anni, la più piccola, Sharon Barni, un anno e 8 mesi. In media, ogni 3-4 giorni una donna (o una bambina) muore per mano di uomo per il solo fatto di essere una femmina.

Secondo il report della Polizia di Stato di fine di gennaio, nel 2020 si è registrato un incremento dei cosiddetti “reati spia”: i maltrattamenti in famiglia, lo stalking e le altre viole Visto che il femminicidio e la violenza di genere sono un fenomeno strutturale, riconducibile alla cultura patriarcale, le restrizioni alla mobilità e il lockdown hanno esposto di più le donne al pericolo della violenza domestica. Cosa stiamo facendo e cosa si può fare di più? Diciamo subito che molto è stato fatto, soprattutto sul piano normativo: ormai siamo in possesso di un patrimonio legislativo robusto di repressione, sanzione e anche di prevenzione. Tutto si può migliorare, ma le leggi esistenti ci danno concretamente la possibilità di fermare e di punire i colpevoli e anche di allontanarli dalla famiglia e infatti le donne denunciano di più. Dobbiamo però fare molto di più per cambiare la cultura di questo Paese, che purtroppo fotografa ancora l’esistenza di tanti stereotipi e pregiudizi e al contempo esprime modelli sociali e culturali con una forte disparità nella relazione tra uomini d donne.

Il divario di genere oggi è uno dei principali ostacoli allo sviluppo del Paese. L’8 marzo di quest’anno, a mio avviso, può e deve dunque rappresentare uno spartiacque, anche in positivo. La pandemia da Covid ha infatti scoperchiato il vaso di Pandora, definitivamente, mettendo in rilievo quanto le donne paghino, in Italia, il fatto di essere donne. E contemporaneamente, anche grazie al Recovery Plan, ci dà la possibilità di invertire la rotta e di provare a far nascere, davvero, un paese per donne e per uomini. La violenza contro le donne si combatte con l’empowerment femminile, e la prima misura è l’occupazione, perché significa offrire a tutte le donne, nei fatti, percorsi e spazi di autonomia e libertà. Come Pd abbiamo lavorato affinché il Piano nazionale di ripresa e resilienza abbia come pilastro il lavoro delle donne, in modo trasversale rispetto ai diversi settori e dappertutto, ma soprattutto al Sud.

Le donne che lavorano sono una risorsa per il Paese e riescono ad emanciparsi anche dalla violenza. La frontiera del contrasto, invece è costituita dal maggiore sostegno ai centri antiviolenza e su un più adeguato e cospicuo investimento nella formazione e specializzazione di tutti gli operatori e le operatrici coinvolti e coinvolte, anche al fine di debellare i tanti stereotipi e pregiudizi ancora esistenti e per cogliere in tempo utile segnali che lasciano presagire il peggio attraverso un’attenta e puntuale valutazione del rischio. Come Commissione di inchiesta ci stiamo ora concentrando su questo: stiamo analizzando i fascicoli relativi ai processi per femminicidio del 2018 e del 2019, in un’indagine che si concluderà in estate, per capire se e come viene registrata la violenza, fin dai suoi primi segnali. Dobbiamo aiutare tutto il sistema ad accogliere e capire le donne che si vogliono liberare dalla violenza, prima che diventi troppo tardi.

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