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Cartabia e il “sociale” come idea per seppellire vent’anni di conflitti

Esami da avvocato, vaccini ai detenuti, toghe onorarie: priorità con cui la ministra vuol ricordare che la Giustizia non è vendetta
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È un piccola rivoluzione culturale. Piccola perché dovrà passare in modo quasi impercettibile nella coscienza diffusa. La giustizia di Marta Cartabia è servizio, risposta alle urgenze, soluzione di problemi concreti. Sembra ordinaria amministrazione. Ma è un messaggio politico. Ed è la strada che la nuova guardasigilli ha scelto per lasciarsi il giustizialismo alle spalle.

Appena arrivata a via Arenula, la ministra si è trovata a dover sciogliere diversi nodi. L’esame da avvocato innanzitutto: c’è l’urgenza di rispondere alle attese di 26mila praticanti. Ed è impossibile che la loro prova di abilitazione, in programma il 13, 14 e 15 aprile, si svolga con la tradizionale scrematura dello scritto. È ormai assodato che si procederà a un orale in due fasi, uno preselettivo e un secondo impostato con lo schema consueto. Servirà un decreto legge. Al momento di mandare in stampa il giornale, non risultava ancora formalizzato il parere del Cts, a cui via Arenula ha chiesto se sia del tutto da escludere il tentativo di svolgere gli scritti. Non risulta ancora pervenuto il documento ufficiale, ma la ministra sembra darne per intesa la sostanza: non si può fare. E così lavora all’ipotesi riferita ieri su queste colonne: un primo orale con la commissione che potrebbe anche collegarsi da remoto, ma con il candidato tenuto a presentarsi in sede, in una cornice controllata. Ordinaria amministrazione? Sì, ma anche una sottintesa priorità del “sociale”. Stesso discorso per la campagna vaccinale nelle carceri, di cui Cartabia ha parlato tre giorni fa con i vertici del Dap e che considera indifferibile. Si occuperà a breve di magistratura onoraria, anche perché non affrontare il problema, ha spiegato, vuol dire esserne travolti. E pensa a un modello di riforma imperniato su managerialità e organizzazione. Uno schema molto vicino alla proposta trasmessa dal Cnf al governo quando a Palazzo Chigi c’era ancora Giuseppe Conte e a via Arenula Alfonso Bonafede. Cartabia sembra molto in sintonia con l’istituzione forense sull’idea di un sistema giudiziario costruito sulla centralità della persona. Sulla domanda di giustizia come attesa dell’individuo. Una chiave da cattolica che non intende limitarsi alla burocrazia del potere.

Ma l’approccio non esclude affatto la resa dei conti su processo penale e prescrizione. A fine marzo si dovrà emendare il ddl Bonafede, e superare il lodo Conte bis. Cartabia non eluderà la prova. Ma intanto vuole dare alla politica giudiziaria una connotazione diversa: non la prescrizione, non il rigorismo general preventivo da infliggere agli “impuniti”, non la bulimia penitenziaria che Bonafede avrebbe voluto placare con nuove carceri, ma precedenza alle persone, ai diritti, a un accesso alla giurisdizione non regolato dal censo eppure coniugato con l’efficienza. Tutto questo serve in realtà a battere proprio il giustizialismo. A rassicurare una parte dell’opinione pubblica, corrosa dal rancore, sul fatto che la giustizia non è vendetta, ma vittoria del diritto, soluzione dei conflitti, risposta ai bisogni. Un’idea di riconciliazione, una chiave imprevedibile per vincere la deriva giustizialista. Ne parla anche Francesco Paolo Sisto, sottosegretario di estrazione forense e berlusconiana che condivide l’incarico a via Arenula con la pentastellata Anna Macina. Sia nell’intervista alla Stampa di ieri che in un colloquio con Radio Campus ( e nella lunga conversazione pubblicata in altra parte del Dubbio di oggi, ndr), Sisto conferma l’impostazione concreta di Cartabia come via per superare i conflitti. Certamente ne è emblema l’ottimo rapporto che, confermano a via Arenula, si è stabilito fra lui e la collega 5 stelle Macina. Una sintesi che sublima quella a cui Cartabia punta nel Paese. Dopo anni in cui via Arenula è stata il simbolo di una distanza distruttiva.

 

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