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La Sardegna diventa bianca, ma i Tribunali restano in lockdown

Dal primo marzo la Sardegna è in zona bianca, ma il Palazzo di giustizia resta chiuso come ad aprile scorso
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Giustizia blindata a Cagliari dove, in Tribunale, gli osservatori esterni non sembrano essere i benvenuti. Mentre la Sardegna, prima in Italia, si gode da lunedì scorso le ampie riaperture concesse dalla zona bianca, il Palazzo di giustizia resta chiuso come durante la “fase uno” della pandemia. Le legittime precauzioni per il contenimento del virus sono state declinate in un farraginoso sistema che blocca i visitatori all’ingresso o impone loro registrazioni pregresse e iscrizioni in liste.

Non è così, solo per fare un esempio, nel ben più affollato tribunale di Milano dove, nonostante la zona arancione tendente al rosso, nessuno si sogna di bloccare all’entrata osservatori e giornalisti. Non va meglio agli avvocati: l’accesso alle cancellerie è diventato così complicato che l’Ordine ha ritirato la firma da un protocollo d’intesa che avrebbe dovuto snellire le attese agli sportelli. Dopo il rigido lockdown dello scorso anno, tutte le strutture pubbliche si sono dotate di protocolli per evitare assembramenti. Così anche i palazzi di giustizia della Sardegna. Inizialmente, si era pensato di lasciare fuori i giornalisti, considerati evidentemente un pericolo, nonostante i numeri esigui: a Cagliari sono rimasti tre cronisti che frequentano quotidianamente il palazzo di giustizia. Restava un problema: salvo casi previsti dalla legge, la Costituzione impone che i processi siano pubblici. Per trovare una soluzione di compromesso, lo scorso 18 maggio, il presidente dell’Ordine dei giornalisti Francesco Birocchi, col sostegno dell’Assostampa sarda, ha incontrato l’allora procuratrice generale Francesca Nanni, la stessa che prima della pandemia aveva ritirato i pochi pass ai giornalisti rendendo l’ingresso a palazzo di giustizia piuttosto complicato. Si è così arrivati alla lista: meno di dieci nomi di cronisti che possono entrare in tribunale. Chi non è nell’elenco, per casi eccezionali, può comunicare il giorno prima la sua intenzione di raggiungere le aule, precisando generalità, testata e motivazione. Tutti gli altri restano fuori.

Anche i cittadini – che per una qualsiasi necessità chiedono di entrare – devono presentare una documentazione che attesti una qualche convocazione altrimenti, dopo la lunga fila, vengono invitati ad allontanarsi. E questo lo si scopre solo arrivati là, perché sul sito del tribunale non c’è traccia evidente delle nuove procedure. Persino gli avvocati sono in difficoltà: lo scorso agosto era stato stilato un protocollo d’intesa per regolare l’accesso alle cancellerie con prenotazioni online e spazio per le emergenze. Sfortunatamente, tra inefficienze dei sistemi informatici e rigidità del personale, il sistema sembra non essere più funzionale, tanto che l’Ordine degli avvocati di Cagliari ha ritirato la firma dal protocollo. «Si rischia la paralisi della giustizia, manca un’organizzazione unitaria», ha spiegato all’AGI il presidente dell’ordine Aldo Luchi. «Spesso la gestione anti-assembramento degli ingressi in aula varia da giudice a giudice. È chiaro che le norme per il contenimento della pandemia devono esserci e vanno rispettate, ma così si rischia il collasso del sistema».

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