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La lezione dei penalisti milanesi: “Vaccinate prima i detenuti”

La replica della Camera penale di Milano dopo la notizia che la Lombardia non ha inserito gli avvocati nella seconda fase del Piano vaccinale
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“Se non vaccinate noi avvocati, allora vaccinate i detenuti”, ha fatto sapere oggi la Camera penale di Milano, presieduta dall’avvocato Andrea Soliani. La Regione Lombardia non ha inserito gli avvocati, a differenza del personale degli uffici giudiziari, nella seconda fase del Piano vaccinale.  Solo a Milano gli avvocati sono circa 23mila. Altre Regioni, invece, stanno  provvedendo  in maniera differente.

Alla decisione della Regione di escludere gli avvocati, ha subito risposto la Camera penale del capoluogo lombardo con una lettera inviata  al presidente della Regione, il leghista Attilio Fontana, anch’egli avvocato, e all’assessore al Welfare Letizia Moratti. “Non vi è alcun dubbio in ordine al fatto che un servizio essenziale, quale quello della giustizia, debba essere assicurato in questo periodo di pandemia”, esordiscono i penalisti.  “Non siamo, tuttavia, in grado di valutare se tale individuazione di priorità – proseguono – possa andare a detrimento di altri soggetti, che magari svolgono attività, anch’esse di vitale importanza, in situazioni di maggior pericolo sanitario”.

“La funzione dell’avvocato penalista è quella di assicurare ai propri assistiti il pieno esercizio dei loro diritti, impedendone ogni ingiusta compressione”, puntualizzano gli avvocati, ricordando che “in questo momento di crisi sanitaria mondiale non vogliamo togliere ad altri il diritto di vaccinarsi, laddove nella scala di priorità questi soggetti vengano prima di noi”. La proposta formulata, allora, è  che venga data precedenza a coloro che, in questo periodo, “trascorrono la loro vita negli istituti penitenziari, con ciò intendendo sia i soggetti privati della loro libertà, sia coloro che prestano servizio all’interno di tali strutture”. Nelle carceri, notoriamente, sovraffollate il contenimento della pandemia tramite il distanziamento sociale è di fatto irrealizzabile. Per tale ragione, da mesi, per evitare la diffusione del virus, sono fortemente contingentati gli ingressi e le uscite dalle carceri, il che ha limitato (se non azzerato) l’attività rieducativa che in via prioritaria deve essere svolta, a vantaggio di coloro che sono ristretti (e della collettività). Sempre per evitare rischi di ingresso del virus in carcere, i soggetti detenuti partecipano alle udienze che li riguardano in video conferenza, il che determina anche in ragione delle insufficienti dotazioni informatiche e telematiche una significativa compressione dei diritti di difesa. La decisione  della Regione Lombardia, quindi, non ha considerato che Palazzi di giustizia, frequentati ogni giorno da diverse migliaia di utenti, fra magistrati, avvocati, personale amministrativo, forze di polizia, testimoni, sono stati nell’ultimo anno i luoghi di diffusione per eccellenza del virus.

Il Tribunale di Milano, ad esempio, è  stato uno dei primi  focolai del Covid in Italia. Le prime avvisaglie si erano avute a metà febbraio dello scorso anno, un mese prima del lockdown nazionale. Il 22 febbraio, per l’esattezza, il giorno dopo  l’estensione della zona rossa in diversi comuni della provincia di Lodi, i presidenti della Corte d’Appello e del Tribunale del capoluogo lombardo emanarono le prime di una lunga serie di disposizioni interne per  tentare di contenere la diffusione del virus. E sempre ieri è stato bocciato al Pirellone l’emendamento  del consigliere regionale Franco Lucente (Fd’I) che puntava ad inserire gli avvocati proprio nella seconda fase del Piano vaccinale lombardo.

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