Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Monument, quell’oasi d’arte e bellezza che resiste nel deserto del Covid

Per la prima volta dalla sua nascita, il vecchio palazzo di San Francisco che ospita una comunità di artisti è chiuso al pubblico. Ma la loro immaginazione non si è fermata
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Esiste un luogo a San Francisco dove Davie Shaw avrebbe probabilmente trascorso qualche mese prima di continuare la ricerca dei suoi genitori. Davie era il protagonista di un libro per bambini degli anni ’60, scritto da Mario Puzo poco prima che il suo nome fosse associato a quello de Il Padrino. Nel romanzo Davie raggiungere i suoi genitori, gira per gli Stati Uniti a bordo di un calesse. Percorre 5000 km, conosce “le persone”, alcune delle quali gli offriranno un rifugio per poi rimettersi in viaggio. Siamo alla fine dei ’60 e quando il ragazzino arriva a San Francisco, Monument ancora non esiste. Eppure, quello che è racchiuso in questo luogo raccoglie l’eredità di una Bay Area molto simile a quella che avrebbero potuto incontrare Davie e il suo pony in quel viaggio fantastico.

Monument è un palazzo a più piani, sulla 9th street di San Francisco. Per anni magazzino abbandonato, nel 2015 Irene Zhou e Geoff Schmidt, una volta lasciati gli studi al MIT, lo hanno trasformato in un luogo dove studenti e artisti vivono, lavorano e creano eventi aperti alla città. Oggi è un fortilizio in cui una piccola comunità di artisti resiste alla desertificazione imposta dal Covid 19 e non si limita a questo: cerca di sfruttare le tragiche circostanze per trovare alimento artistico, in una dialettica tra resistenza alla malattia e creazione artistica che ha un preciso precedente storico nell’epoca devastante dell’Aids, anche se allora Monument ancora non esisteva.

“Nel 2008 – racconta Irene – Geoff trovò un negozio di mobili abbandonato nel cuore di SF. Ci vollero sette anni di fortuna e perseveranza, in cui cercammo di capire come riuscire a far sì che la città approvasse un progetto come questo. Nel 2015, quando ci siamo trasferiti, la città era già molto cambiata, e il boom tecnologico aveva fatto lievitare il costo della vita. Molti artisti sono stati costretti ad abbandonare la città prima che noi riuscissimo ad aprire”. In questo lembo di terra che costeggia una delle città più famose della Silicon Valley, sono concentrati più milionari che nel resto del mondo: uno per ogni 11.600 residenti. “Qui vivono insieme l’uomo più ricco della terra e l’uomo più povero”, riflette Jake Orta sul New York Times, e a dividere lo spazio fra i due è un secchio della spazzatura. Rovistarci è considerato reato in California. Monument, racconta Irene, è nato senza sapere che un giorno in questa area dove mondi separati e opposti procedono lungo strade parallele che mai si intersecano. Proprio quel Palazzo avrebbe unito mondi che altrove facevano a fatica a incontrarsi. La struttura offriva alloggi a prezzi bassi e spazi dove organizzare eventi artistici. Arrivavano studenti universitari, artisti di strada e ingegneri. Ogni settimana c’era uno spettacolo e ogni giorno si presentavano sconosciuti incuriositi. Alcuni andavano via, alcuni rimanevano qualche giorno, altri sono ancora lì.  “Prima della pandemia ci vivevamo in venti, ora siamo in dodici”. Fuori dal magazzino il quartiere è in letargo. La “serendipidity” che lo caratterizzava, quella fortuna di fare felici scoperte per caso, oggi si scontra con una nuova ostilità.

Per la prima volta dalla sua nascita, Monument è chiuso al pubblico, come ogni altro spazio collettivo di SF, da quando la pandemia ha imposto il lockdown in tutta la California. Le sue 24 stanze sono diventate sale studio improvvisate per gli artisti che ancora ci vivono, tra cui un’acrobata, una disegnatrice di video giochi, un fotografo e una drag queen. Nadya Lev progetta video giochi e vive al Monument da prima della pandemia. “Sono cresciuta in Unione Sovietica, alcuni dei miei primi ricordi d’infanzia sono quelli dei miei genitori che facevano giochi di ruolo live- action (LARP), basati su libri proibiti, per sfuggire al regime”. Da allora, dice, “cerco di creare mondi alternativi”.Lo spazio che condividono da più di un anno è diventato una sorta di palcoscenico domestico, dove in un angolo ci sono cubi, amache e cerchi per le acrobazie di Anastasia, nell’altro le macchine fotografiche di Lucas o i progetti grafici di Nadya e nell’altro ancora lustrini e paillettes di Florida Man. “Quello che provo a fare da quattro anni è tener viva una forma d’arte che per la comunità LGBT+ è sacra. Faccio la Drag Queen, – racconta Florida Man, mentre mostra la foto che l’ha resa improvvisamente famosa sul web – qui ero Lady Voldemort”. Parlare di spiritualità con ciglia finte e vestisti sgargianti addosso può sembrare un parallelismo un po’ azzardato per un occhio non allenato, mi spiega, ma quando sali sul palco quella creatività si esprime grazie e per una comunità molto più grande di te. Si è trasferita al Monument un mese prima della pandemia, senza conoscere niente di queste pareti, e – dice – “per molti versi mi è sembrato di essere entrato nel guscio di uno spazio popolato soprattutto dai suoi ricordi”.

Il Covid-19 ha avuto, tra gli altri, l’effetto straniante di congelare le esistenze nell’attimo in cui si trovavano. Lucas Foglia, per esempio, non si era mai fermato per così tanto tempo in un unico posto. Viaggiava per gli Stati Uniti fotografando famiglie religiose che vivevano a stretto contatto con la natura, e comunità ambientaliste che di religioso non avevano nulla. “Era sorprendente scoprire quanta spiritualità avessero in comune, per il solo fatto di riconoscersi nell’ambiente in cui vivevano”.

In questi giorni il NYT pubblica le sue foto in cui ritrae una San Francisco svuotata dalla pandemia. “La fotografia”, afferma ancora Lucas, “ha il potere di costringermi a prestare attenzione alle cose”. Se per alcuni la pandemia sembra essere stata solo una deviazione in un percorso già chiaro, per altri, come Anastasia, ha rappresentato una sterzata veloce verso tutt’altra destinazione. Questo che è appena passato è il primo anno della sua vita in cui non ha dovuto essere a due metri da terra. Racconta di una vita artistica faticosa, fatta di sacrifici quotidiani, cibi pesati e un’unica musa: la fune. “Ero come una candela che bruciava da entrambe le parti”. Quando Monument era ancora un negozio di mobili abbandonato, il motore instancabile di San Francisco era già stato arrestato una prima volta. Più di 15.000 persone convivono con HIV/AIDS in questa città e, ricorda Florida Man – anche lei HIV positiva -, negli anni ‘80 “morivamo senza che nessuno se ne accorgesse”. Non intende fare paragoni, sa che sono anni se non epoche diverse. Era quello un dolore vissuto nella più completa solitudine, per lo stigma, certo, ma anche per la mancanza di strumenti che potessero condividere le informazioni in maniera veloce e senza barriere. “Poter creare arte e condividerla all’istante, anche se confinati – conclude – getta un fascio di luce anche in questa landa desolata”. Un palazzo animato da una dozzina di creativi non cambierà le sorti di una pandemia e, forse, non potrebbe avvenire neanche nei videogiochi fantastici di Nadya. Ma, una cosa è certa. Qui il calesse di Davie si sarebbe fermato.

Ultime News

Articoli Correlati