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“Le ali della libertà”, quando la giustizia spezza gli innocenti

"Le ali della libertà" con Morgan Freeman e Tim Robbins per la rivista Empire èal quarto posto nella lista dei 500 migliori film della storia del cinema
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Andrew Dufresne è colpevole. Senza dubbio. Oltre ogni ragionevole dubbio. Andrew Dufresne era geloso. Anzi, era pazzo di gelosia. Ha fumato dentro l’auto parcheggiata davanti a quella casa. Le cicche sono cadute fuori dal finestrio col suo Dna stampato sopra. Era notte. Li ha visti entrare, sua moglie e l’amante, baciarsi e lui è rimasto lì a bere e ad aspettare. Poi Andrew Dufresne è entrato, ha camminato per il corridoio e li ha sorpresi a letto insieme. Li ha colpiti. Ha scatenato la sua furia omicida su entrambi e poi è fuggito, coperto di sangue. Andrew Dufresne ha un movente e non ha un alibi. Andrew Dufresne è colpevole.

La sentenza che inchioda un innocente è nata dalle pagine di Stephen King che, nel 1982, scrisse la novella “Rita Hayworth e la redezione di Shawshank” da cui Frank Darabont, nel 1992, ha tratto il film che in Italia è conosciuto con il titolo ( terribile) Le ali della libertà con Morgan Freeman e Tim Robbins. Qualche anno addietro la rivista Empire ha segnalato al quarto posto nella lista dei 500 migliori film della storia del cinema, questa pellicola che è un inno al garantismo.

La storia racconta di Andy Dufresne, un brillante vice- direttore di una banca di Portland, condannato a due ergastoli per l’uccisione di sua moglie e dell’amante, un avvenente maestro di golf. Il duplice omicidio si consuma nella casa dell’amante della donna in una notte fredda. Per la giuria Dufresne è assolutamente colpevole e a nulla vale il suo urlo: «Sono innocente, io l’amavo». Le prove dimostrano che lui era lì quella notte, il movente è lampante.

Le indagini si concentrano solo di lui, il killer perfetto, escludendo ogni altra pista, a priori.

La vita di Dufresne cambia radicalmente e, dal doppiopetto, un uomo conosciuto come una persona mite e professionale, passa alla divisa grigiastra del duro carcere di Shawshank, nel Maine, con la matricola 37937. Tra le mura alte di quella galera, Dufresne conoscerà da protagonista una vita d’inferno tra le violenze dei detenuti e quelle delle guardie.

Anche il direttore del carcere, Samuel Norton ( Bob Gunton) è corrotto fino al midollo e chiude un occhio davanti ai pestaggi, anzi li incoraggia in alcuni casi, e costringe Dufresne ad assecondare i suoi traffici finanziari illeciti. E quando Norton scopre che esiste un testimone pronto a inchiodare il vero colpevole degli omicidi di cui era stato accusato Dufresne, dà mandato al suo fidato secondino di ucciderlo nel modo più truce possibile.

Andy ha un amico, “Red” ( Morgan Freeman), con cui allaccia un rapporto stretto fatto di confidenze e affetto, con cui condivide il progetto che accarezza ogni notte: fuggire e riprendersi la sua libertà.

Il film è un manifesto, una condanna contro lo spietato mondo della giustizia che spesso è cieca e spezza vite di innocenti senza appello, del carcere che non riabilita ma spegne le vite che dovrebbe resuscitare. Red ha commesso un crimine terribile quando era solo un ragazzo.

È dentro da decenni, si è pentito, non passa giorno che il rimorso per quello che ha fatto non gli pesi sulla coscienza.

Ma ogni volta che si trova davanti alla commissione deputata alla libertà vigilata, viene respinto e costretto ancora a scontare una pena che appare più una vendetta che un atto di giustizia.

La storia portante è poi costellata di microcosmi, racconti collaterali toccanti e intimi.

C’è il vecchio bibliotecario Brooks, anche lui un detenuto per un grave crimine. Lui a Shawshank c’è cresciuto e invecchiato. Il carcere è la sua casa. È entrato che le auto erano quasi appena nate e ne esce terrorizzato da quei bolidi veloci che sfrecciano su strade che non riconosce più.

Quando viene rimesso in libertà si sente fuoriposto. Il guscio della galera era la sua vera casa. Dopo poche settimane si impicca a una trave e vi incide sopra un messaggio: “Brooks was here”, “Brooks è stato qui”, come a lasciare un traccia del suo passaggio in un mondo che l’ha abbandonato.

Intanto trascorrono gli anni, tanti anni. Andy nella sua cella, dietro poster di donne bellissime, che cambiano col tempo ( la prima era stata Rita Hayworth in Gilda), con un martelletto per minerali frantuma il muro che nasconde un passaggio verso l’esterno. «La paura può tenerti prigioniero, la speranza può renderti libero». Quel buco è l’unica speranza che lo tiene in vita, lenisce la follia che cerca di farsi strada nella sua mente. Lascia un messaggio al suo amico Red e, una notte, fugge. Nessuno lo ritroverà mai.

«Innocente? Tutti siamo innocenti qui» lo canzonano gli altri detenuti quando Andy urla la sua innocenza. Ma lui lo era davvero.

L’amore di Freeman e i mille dollari di King La storia di Andy e Red è rimasta nel cuore dei due attori che hanno interpretato i protagonisti: Tim Robbins e Morgan Freeman. Freeman ha sempre dichiarato come la parte del galeotto redento, sia stata la più bella nella sua lunga carriera di attore.

Ma questo film ha avuto un impatto forte su tutto il cast, a partire dal regista, Frank Darabont che, nel 1999, portò sullo schermo un altro dramma carcerario dalle venature horror, sempre tratto da Stephen King, diventato un piccolo cult: “Il miglio verde”. King, che da sempre è molto critico con le trasposizioni delle sue opere ( e quando le incensa spesso sono dei flop) rimase così colpito da Le ali della libertà ( in originale “The Shawshank’s redemption”) che rinunciò ai mille dollari che aveva contrattato con Darabont per l’acquisizione dei diritti della sua novella ( parte della raccolta “Stagioni diverse”).

Quell’assegno fu incorniciato e poi spedito dallo scrittore del Maine al regista con un biglietto: “Nel caso dovessi mai aver bisogno di soldi per la cauzione. Con amore, Steve”.

 

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