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L’incredibile lotteria dei braccialetti elettronici in attesa delle verifiche della Corte dei Conti

braccialetti elettronici
Per Vito Crimi a gennaio 2021 risultano richiesti 10.155 braccialetti elettronici, di cui 5.940 disattivati. Ma il 4 aprile 2020 Arcuri ne ha ordinati 1.600
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Solo la Corte dei Conti potrà finalmente trovare il bandolo della matassa sui braccialetti elettronici. Da almeno quattro anni, Il Dubbio ha seguito fin dall’inizio le fasi del bando, poi vinto da Fastweb e – non per colpa della compagnia telefonica – con tanto di ritardo nell’avvio della produzione dei braccialetti elettronici perché mancava il nulla osta del ministero dell’Interno per il collaudo che consisteva in almeno due fasi. Il secondo collaudo non appare tuttora nel sito della Polizia di Stato, dove passo dopo passo hanno pubblicato tutte le fasi della procedura.

Crimi: richiesti 10.155 braccialetti elettronici, di cui 5.940 poi disattivati e 4.215 tuttora attivi

Stando a quando riferito dal viceministro dell’Interno Vito Crimi nel rispondere all’interpellanza urgente del deputato di Italia Viva, Roberto Giachetti, da fine dicembre 2018 (il bando vinto prevede un contratto triennale) a metà gennaio scorso, risulta che il ministero abbia richiesto a Fastweb 10.155 braccialetti elettronici, di cui 5.940 poi disattivati e 4.215 tuttora attivi. Questo contratto con il Viminale, a fronte del fatto che Fastweb garantisca per tre anni l’attivazione (se richiesta) fino a 1.000/1.200 braccialetti elettronici al mese, riconosce all’azienda (oltre a due quote fisse di 75.000 per il piano di lavoro e 400.000 per le postazioni di polizia) un massimo fino a 7,7 milioni l’anno in proporzione al numero di dispositivi attivati e monitorati. Come detto, a fine 2020, cioè alla fine dei primi 2 dei 3 anni di contratto, si sarebbero dunque potuti avere fino a 24.000 dispositivi, ma i braccialetti di cui i magistrati hanno richiesto l’attivazione sono stati molti meno. La pandemia è esplosa anche nelle carceri nella primavera 2020.

Il Commissario Arcuri ha richiesto altri 1.600 braccialetti

Per far fronte ai potenziali effetti del decreto Cura italia, il governo si è reso conto di non avere braccialetti elettronici sufficienti. Eppure, se il ministero avesse voluto, sarebbero perfino avanzati visto che la compagnia può garantire un massimo di 1200 dispostivi al mese. Ed ecco che il governo è dovuto ricorrere all’iter semplificato del Commissario straordinario all’emergenza Covid, Domenico Arcuri. Su richiesta e per conto del Dipartimento amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, il 4 aprile 2020 ha affidato a Fastweb la fornitura (complessivi, non su base mensile) di altri 1.600 braccialetti elettronici per 2 milioni 510.000 euro, di cui 1 milione e 400.000 per i dispositivi, 431.000 per la manutenzione, e 669.000 per servizi di outsourcing. Quindi, il governo è dovuto ricorrere a ulteriori spese, nonostante avesse avuto la possibilità di richiedere i braccialetti necessari fin da fine 2018.

Nel settembre 2012 la Corte dei Conti censurò la vicenda

Ribadiamo che Fastweb ha svolto il suo dovere. Ma qualcosa, probabilmente, non ha funzionato. Ora abbiamo capito che la compagnia telefonica che ha vinto il bando fornisce braccialetti a richiesta delle Forze di Polizia, quindi se i braccialetti sono risultati insufficienti è perché non sono stati richiesti dal ministero dell’Interno. Infine c’è un passarsi la palla con il ministero della Giustizia che poi è l’utilizzatore finale. Qualcosa si è impigliato evidentemente tra i 2 ministeri. Non sappiamo quanti milioni sono stati spesi finora. Il bando vinto prevede un totale di 23 milioni di euro. Fastweb ci scrive sottolineando che «la remunerazione della società è correlata alle attività effettivamente svolte».Ma la vicenda surreale dei braccialetti elettronici non è una novità. Anche negli anni passati qualcosa non era andato per il verso giusto. Rimase lettera morta una dura censura della Corte dei conti, nel settembre 2012. Sui braccialetti elettronici, la Corte accusa il governo non solo per la mancata gara (appalto diretto a Telecom), ma anche per lo spreco di denaro pubblico: «La spesa – scriveva la Corte – è stata elevatissima a fronte dei veramente pochi dispositivi utilizzati». A quella data dalle casse dello Stato sono usciti 106 milioni di euro, e in base agli accordi fatti con l’allora Telecom i braccialetti elettronici attivi dovrebbero essere stati circa 2.400. Se fosse così, la spesa media per dispositivo sarebbe a dir poco siderale: 44 mila euro. Ma non è così. È molto peggio. I giudici contabili scrivono che «i dispositivi utilizzati sono veramente pochi: solo 14, parrebbe». Passano altri anni, ma i braccialetti non aumentano. Si deve aspettare l’estate del 2016 perché venga indetta una gara europea. Il resto della storia l’abbiamo appena raccontata.

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