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Quello di Palamara è un libro-vendetta che consolida il sistema di potere delle procure

Le tossine di Palamara trasformano il dibattito sulla giustizia in una resa dei conti. Per scardinare le sacche di potere di alcune procure dovremmo invece discutere di separazione delle carriere
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Si presenta come il grande pentito della magistratura corrotta, deviata. Quasi vuol apparire come una sorta di Tommaso Buscetta che svela codici e semantica della magistratura “intrallazzona” ed “eversiva”. Ma se vogliamo rimanere nell’iperbole che lo stesso Luca Palamara tratteggia e suggerisce nel suo libro, allora dobbiamo constatare che manca un ‘ piccolo’ particolare: non c’è un Falcone, quella figura geniale e cristallina in grado di mediare tra i due mondi e riannodare i fili di un racconto che altrimenti rischia di ingarbugliarsi, di sfuggire di mano ancora di più.

E così il racconto di Palamara, pagina dopo pagina, appare sempre più come la grande vendetta di un uomo che ha perso tutto e pronuncia un grande “muoia Sansone con tutti i filistei”. Ma il gioco, per gli attori che coinvolge – arriva a sfiorare anche il Quirinale – è assai pericoloso e il mazziere, dobbiamo dirlo, non del tutto disinteressato. E nessuno riesce a toglierci dalla testa che il suo libro possa essere l’ultimo atto del cosiddetto “metodo Palamara”, quello col quale ha gestito e pilotato nomine, cariche, favori. E così l’ex presidente dell’Anm trascina tutti noi nel “sistema”, ci arruola nella battaglia ma forse sta solo continuando a giocare la sua personalissima partita. Anche perché la vicenda non è ancora chiusa.

Ma cosa racconta Palamara nel suo “libro verità”? Racconta una cosa che chiunque abbia appena frequentato il mondo della giustizia sa da anni: le nomine per le procure più importanti sono frutto di accordi politici tra le varie aree della magistratura che vengono decise anche con lo zampino dei partiti. «La verità – scrive infatti Palamara – è che dietro ogni nomina c’è un patteggiamento che coinvolge le correnti della magistratura, i membri laici del Csm e, direttamente o indirettamente, i loro referenti politici. Compresa la nomina del vice presidente del Csm Ermini, quello che sovraintende alla mia radiazione».

E qui serve assoluta chiarezza e onestà intellettuale: nessuno può pensare che la nomina a procuratore di Roma – ma anche di Milano, Napoli e di ogni altra città di media grandezza e importanza – possa non essere frutto di valutazioni anche di natura “politica”. Da una lato perché le associazioni della magistratura (siamo certi che sia giusto criminalizzare?) servono proprio a offrire punti di vista e soluzioni diverse a problemi comuni; dall’altro perché tutti sanno che la nomina del Procuratore capo di Roma, ovvero il magistrato che si ritroverà nel punto esatto in cui si incontrano e si scontrano i poteri dello Stato, da quello politico a quello giudiziario, non potrà tenere conto solo di valutazioni riguardanti l’anzianità di servizio, quasi si trattasse di scegliere l’arbitro della strapaesana. Panzane: chi siede lì deve avere pelo sullo stomaco e grande buon senso. Come chi lo sceglie. Anche se non sempre è stato così. Insomma, non può che essere una scelta ‘ politica’. Che poi dovrebbe essere con la P maiuscola è un altro discorso.

E del resto che il Csm, massimo organo di autogoverno della magistratura, sia un luogo intrinsecamente e inevitabilmente politico, lo spiega bene lo stesso Palamara a pagina 17: «Composto da 16 togati eletti dalle correnti della magistratura e 8 laici eletti dal Parlamento, il Csm è il massimo dell’incrocio tra politica e magistratura. Il luogo in cui il potere esprime il massimo delle sue doti, nobili e meno nobili».

Rimane il fatto che pensare di limitare il potere strabordante delle procure con un libro “vendetta” è pura illusione. Le tossine di Palamara trasformano il dibattito sulla giustizia in una resa dei conti. Per scardinare le sacche di potere di alcune procure dovremmo invece discutere di separazione delle carriere, di riforma del processo e del ruolo dell’avvocatura svilito dal protagonismo di alcune toghe: «Siamo giovani e ambiziosi e ci sentiamo investiti di una missione salvifica, e prima o poi finiremo su giornali e tv», ammette nelle primissime pagine Palamara. E allora leggete il suo libro – ci mancherebbe – ma sapendo che si tratta di un’operazione politico- editoriale che paradossalmente rischia di rafforzare quel “sistema” senza intaccare le ragioni profonde del potere “terribile della magistratura”, per dirla col professor Tullio Padovani. E del resto non è un caso che l’immagine che Palamara sceglie come simbolo della corruzione originaria sia proprio l’istantanea dell’Hotel Champagne, lì dove entra in ballo la politica, ancora una volta presentata come il virus che infetta il corpo ( sano?) della Giustizia. Insomma, niente di nuovo sotto il sole…

 

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