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Processo ai Chicago 7, vergogna e pregiudizio in un aula di tribunale

Il giudice aveva già in testa la sentenza, a lui non importava se gli imputati avessero subito violenze da inermi, a lui interessava colpirli, inchiodarli e anche umiliarli, anche metterli in manette e imbavagliarli
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Il regista e sceneggiatore premio Oscar, Aaron Sorkin riporta a galla su Netflix il processo farsa dell’inchiesta che portò alla sbarra 8 ragazzi, tutti accusati di essere stati i fomentatori dei sanguinosi disordini di Chicago. Una produzione da 35 milioni di dollari che il gigante dell’intrattenimento ha lanciato qualche mese fa sulla sua piattaforma, dopo un discreto riscontro nelle sale in cui ha debuttato a settembre, ottenendo subito un immediato riscontro di pubblico.

La vicenda dei Chicago, all’epoca, fu una specie di detonatore. Soffiò ancora di più sulla brace dei movimenti che scalpitavano e riunivano in un magma bollente di rabbia e impotenza, tutti quelli che combattevano contro i poteri forti che decidevano la vita e, soprattutto, la morte della meglio gioventù americana.

Siamo in piena guerra del Vietnam. Lyndon B. Johnson, rinuncia a ricandidarsi. Vuole chiudere in bellezza il suo mandato, passare alla storia come il presidente che ha schiacciato i Vietcong e foderare, così, la sua immagine con il panno della gloria, per sempre. Gli Stati Uniti intanto, in un decennio scrivono il loro capitolo più truce nel sangue. Nomi come Martin Luther King, Bob Kennedy, John Fitzgerald, Malcolm X, sono tatuati nella pelle di ogni americano, e pesano come il piombo dei proiettili che intanto fischiano sulle teste degli artiglieri che cercano Charlie affondati fino alle spalle nel fango nel sud- est asiatico.

I movimenti rivoluzionari giovanili hanno schiarito la voce e ora urlano più forte, fomentando l’opinione pubblica contro quello che appariva sempre di più, un massacro senza arte né parte.

Nel 1968 Chicago fu scelta come sede della convention dei democratici. Siamo in pieno agosto e la temperatura è bollente, e non è solo una questione di clima, il fuoco della protesta divampa forte. Nei giorni della convention scoppia un putiferio. I Democrat scelgono per la corsa presidenziale Hubert Humphrey, convinto sostenitore della guerra. Un tradimento. È la goccia che fa traboccare il vaso. Gli scontri sono inevitabili. La Guardia nazionale attacca per prima e si scaglia contro i manifestanti armati di slogan e megafoni. È un bagno di sangue che schizza sui cartelli con su scritto: “Il mondo ci sta guardando”. Raccolti nei gruppi ci sono le Pantere nere, i Yip (Young international party), il Mobe, i figli dei fiori, le femministe, tutti vicini, tutti compatti per la prima volta nell’urlare che è ora di finirla con la guerra, che è ora di portare i ragazzi a casa loro.

Ma per i piani alti questa protesta non deve passare sotto silenzio. Cinque mesi più tardi vengono arrestati gli 8 di Chicago: Abbie Hoffman, Jerry Rubin, Tom Hayden, Rennie Davis, David Dellinger, Lee Weiner, John Froines e Bobby Seale che si troverà senza avvocato ( perché ricoverato in ospedale). Inizierà così uno dei processi più scandalosi della storia d’America.

Sorkin attinge da un cast di tutto rispetto ( Yahya Abdul- Mateen II, Sacha Baron Cohen, Joseph Gordon- Levitt, Michael Keaton e Frank Langella nei panni dell’odiatissimo giudice Julius Hoffman) e scrive da dio uno script che si traduce in un’opera magnetica che smuove gli intestini dalla rabbia. È quasi incredibile, a tratti grottesco, quello che accadde durante il procedimento.

Il giudice Hoffman ha già in testa la sentenza ancor prima del primo battito di martelletto. A lui non importa se gli imputati hanno subito violenze da inermi, a lui interessa colpirli, inchiodarli e anche umiliarli, anche metterli in manette e imbavagliarli durante l’udienza ( è accaduto per la Black Panter Seale), epurare la giuria da possibili simpatizzanti, respingere ogni obiezione della difesa anche quando l’accusa non ne ne solleva neanche mezza. Hoffman non risparmia accuse di oltraggio alla Corte nei confronti dell’avvocato difensore William Kunstler ( interpretato da un intenso Mark Rylance) che arriva stremato alla fine di un procedimento già apparecchiato in partenza, già deciso sulla base di un granitico pregiudizio, in cui ogni alito di giustizia è stato spazzato via senza vergogna.

L’epilogo. È il 18 febbraio del 1970, gli imputati vengono prosciolti. Il mondo, intanto, è rimasto a guardare mentre la storia ha scritto la parola fine su una vicenda piena di ombre.

 

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