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O con Renzi o con Di Battista, il bivio 5S che vale una scissione

Di Battista
In caso di dialogo con Italia Viva, l’ex deputato grillino potrebbe decidere di uscire dal partito
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«Questa volta il rischio che faccia una scissione è concreto». Mentre Giuseppe Conte rassegna il proprio mandato nelle mani del Capo dello Stato, in casa 5 stelle l’osservato speciale è Alessandro Di Battista. I numeri per un Conte ter senza Matteo Renzi non ci sono e i pentastellati adesso temono che risedersi al tavolo con Italia viva comporterebbe uno strappo definitivo con Dibba, appena recuperato alla causa “responsabile”. Sì, perché dopo mesi di gelo con Luigi Di Maio, l’ex deputato romano era tornato a dare una mano al Movimento nel momento del bisogno ( il ritiro delle ministre Bellanova e Bonetti) stringendo un patto di ferro con l’ex capo politico in nome di una nuova crociata: mai più con Renzi.

Il leader movimentista era così sollevato dall’uscita dell’ex premier e di Maria Elena Boschi dal perimetro della maggioranza da benedire persino l’operazione “volenterosi”. Poco importava che i costruttori provenissero dalle file dell’Udc o di Forza Italia, per Di Battista l’importante era liberarsi per sempre dai ricatti del leader di Rignano sull’Arno. O almeno questo prevedeva l’accordo con Di Maio siglato in un clima di riconciliazione interna. E in nome del disgelo, il grillino ortodosso si era spinto a immaginare persino un suo ingresso all’interno del nuovo governo derenzizzato, come ministro dell’Ambiente. Un progetto troppo semplice per essere vero. E infatti, tra fatalità ( l’inchiesta di Gratteri su Cesa che di fatto ha espulso centristi dal tavolo della contrattazione) e calcolo avversario ( l’accelerazione della crisi sulla relazione Bonafede) il sogno grillino si è infranto in poche ore. Di “responsabili” sufficienti a garantire l’autodeterminazione di Conte dai renziani al Senato non se ne vedono. E riaprire il dialogo con Italia viva sembra davvero l’unica via d’uscita all’impasse. Scelta obbligata non solo per blindare il premier, ma anche per proseguire l’esperienza di governo in caso di avvicendamento necessario a Palazzo Chigi dopo il giro di consultazioni.

Che il vento sia cambiato, che Italia viva non sia già più il bersaglio della polemica pentastellata lo si capisce dalle parole con cui Di Maio, su Facebook, fa il punto della situazione sulla crisi. Il ministro degli Esteri parla di «inspiegabile fase di incertezza» ma evita accuratamente di indicare Matteo Renzi come responsabile scellerato della situazione, come fatto nei giorni precedenti. La linea è cambiata e i parlamentari ne prendono atto la sera, in assemblea, con una serie di interventi aperturisti. Con buona pace di Alessandro Di Battista rimasto a presidiare la trincea dell’antirenzismo con pochi irriducibili. Tra loro, l’ex ministra per il Sud Barbara Lezzi e l’ex titolare dei Trasporti Danilo Toninelli, più una pattuglia di eletti duri e puri, disposti a seguire il leader fino alle estreme conseguenze. I

l piccolo esercito ortodosso ha già annunciato, attraverso Lezzi, che non voterebbe la fiducia a un governo con i renziani. La minaccia non spaventerà l’ala realista del Movimento, visti i numeri esigui delle truppe, «ma vuoi mettere altri due anni al governo con Dibba che cannoneggia sulla maggioranza dall’opposizione?», si chiedono al quartier generale pentastellato. Perché se questa fosse la fotografia definitiva del nuovo esecutivo, con Italia viva rientrata dalla finestra, alla scissione non ci sarebbero alternative. E se nel Palazzo l’ex deputato non riesce ad attrarre consensi determinanti, nelle piazze e tra gli attivisti potrebbe invece arrecare più di un danno al Movimento 5 Stelle. Non solo, il sospetto che a sostenere un nuovo soggetto politico possa esserci anche Davide Casaleggio comincia a serpeggiare tra i grillini governisti.

Del resto, da tempo il figlio del fondatore utilizza Rousseau come una macchina autonoma: organizza seminari, assemblee tematiche e raccoglie fondi senza passare dai canali di controllo politico M5S. L’embrione del nuovo partito potrebbe essere dunque già pronto, con una cassa autonoma, in attesa che Dibba opti per la scelta definitiva. Un problema in più per Giuseppe Conte che nel gioco degli incastri possibili dovrà tenere conto anche della variabile Di Battista. La caccia ai responsabili diventa vitale. E non solo per il premier.

 

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