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Arresti di massa in Tunisia. Gli avvocati: «Atti illegali»

Tunisia
Tunisia scossa dalle proteste a dieci anni dalla primavera araba. Manifestazioni di piazza e retate «casa per casa»
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Dieci anni fa, il 14 gennaio del 2011, una folla compatta e festosa nello stesso tempo gridava «dègage», vattene, all’indirizzo dell’uomo che aveva dominato la Tunisia per 28 anni. Con la cacciata di Ben Ali, rifugiatosi in Arabia Saudita, prendeva il via la stagione delle cosiddette primavere arabe. Ora le strade di Tunisi sono di nuovo piene ma la speranza e la lotta hanno lasciato spazio a una collera cupa che divampa la notte. Da giorni infatti la popolazione scende in strada e si scontra con la polizia. Non serve il lockdown decretato dal governo contro la pandemia di Covid 19 che si aggrava di giorno in giorno (più di 4mila casi registrati), per impedire a migliaia di giovani, afflitti dalla crisi economica che attanaglia in paese, di protestare ed esprimere la loro rabbia con pietre e molotov. La reazione delle forze di sicurezza fino ad ora è stata molto forte. Oltre ai lacrimogeni e idranti impiegati nelle piazze, la polizia ha proceduto a veri e propri rastrellamenti che, secondo un fronte che raggruppa le organizzazioni sociali e umanitarie, hanno portato ad almeno 1000 arresti. E’ stato l’avvocato Bassem Trifi della Lega tunisina per i diritti umani, a lanciare l’allarme giovedì scorso durante una conferenza stampa. Tra coloro che sono stati portati nei commissariati o in carcere ci sono parecchi minori e molti arresti sono stati definiti «arbitrari», soprattutto quelli che hanno riguardato persone prelevate dalle loro abitazioni.

«Alcuni sono stati arrestati senza aver preso parte alle manifestazioni», ha raccontato Trifi, mentre alcuni attivisti sono finiti nelle mani della polizia solo per aver espresso sostegno alle proteste su Facebook e altri social network. Da quello che si è appreso almeno uno di loro rischia sei anni di carcere se condannato. «Chiediamo al sistema giudiziario di esaminare attentamente i casi – ha detto il legale tunisino -. Non riusciremo a risolvere la crisi in questo modo. Può solo approfondire il divario tra il popolo e il governo». Il pericolo, sottolineato anche da altri avvocati che si occupano dei diritti umani nel paese nordafricano, è che l’apparato giudiziario non vada a fondo riguardo le innumerevoli segnalazioni circa le violazioni compiute da parte delle forze di sicurezza, come i maltrattamenti dei detenuti e il non rispetto della privacy dei loro dati personali.

Tutti elementi che potrebbero acuire ancora di più quello che è stato definito dalle organizzazioni umanitarie come «rifiuto dello stato». Il ciclo delle violazioni e dell’uso eccessivo della forza rimane una costante che ha attraversato la società della Tunisia, Amnesty International ha messo in luce recentemente che a 10 anni dalla cacciata di Ben Alì le vittime delle «gravi violazioni dei diritti umani avvenute durante la rivoluzione nel periodo compreso tra il 17 dicembre del 2010 e il 14 gennaio del 2011 ancora stanno lottando per ottenere giustizia e riparazione».

I governi tunisini che si sono succeduti in questi anni non hanno, nonostante le promesse, messo al primo posto l’accertamento delle responsabilità delle forze di sicurezza. Vige dunque ancora una sorta di impunità che, anche se in un clima politico mutato, si è manifestata durante le recenti proteste. Ma la difesa dei diritti umani si interseca strettamente con la crisi economica, la benzina che sta alimentando la nuova rivolta. L’inflazione ha superato abbondantemente l’ 8% mentre il PIL della Tunisia è diminuito del 9%, le attività sono concentrate solo nelle zone costiere con una naturale ricaduta negativa sui livelli dell’occupazione giovanile nelle regioni interne. Due anni fa sono stati congelati i salari del settore pubblico, oltre 650 mila dipendenti . Sono aumentate le tasse su beni come telefonia, automobili, internet e soprattutto quelli alimentari.

Tutto materiale incendiario, lo stesso alla base della rivolta del 2011 iniziata con la morte dell’attivista Mohamed Bouazizi che in segno di protesta contro il carovita si diede fuoco a Sidi Bouzid il 4 gennaio.

I tunisini continuano a ripetere che la lotta non è finita, lo si è visto già con lo sciopero generale del 2019, prima avvisaglia che la tensione sociale sarebbe cresciuta. Da allora un susseguirsi continuo di manifestazioni. Secondo il Forum tunisino per i Diritti economici e sociali ( Ftdes), una delle principali organizzazioni politico sindacali, nel 2020 sono stati contati 8.759 momenti di protesta, solo a dicembre avevano superato il migliaio.

 

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