Esecuzione penale e carcere, i convitati di pietra del Recovery plan

Non vi è dubbio che il grande assente tra i desideri governativi sia quello di un Paese più civile

Se è vero che l’attuale presidente del Consiglio, rispondendo alla domanda “che Paese vorremmo tra dieci anni” ha risposto “un Paese più moderno, più verde e più coeso”, non vi è dubbio che il grande assente tra i desideri governativi sia quello di un Paese più civile.

L’affermazione, ben lungi dall’essere un’insolente presunzione, pare essere riscontrata dalla lettura delle notizie che riguardano il piano di ripresa e resilienza, meglio noto come Recovery plan, elaborato nella prospettiva di inquadrare i progetti di investimento dei fondi Ue per la ripresa delle economie nazionali dell’area euro. Il convitato di pietra del Recovery, del quale nessuno sembra aver cura, è l’esecuzione penale, che nella letteratura del partito di maggioranza dell’attuale governo gravita tolemaicamente attorno alla detenzione carceraria, avvolta in una visione demoniaca che priva il condannato di qualsiasi possibilità di recupero e di emenda.

Da troppo tempo la liberazione dal carcere non corrisponde mai alla libertà, perché chi esce, “esce dal carcere, ma mai dalla condanna”. Irrimediabilmente condannato a non vivere, ai margini, privo di alcuna prospettiva. Miope la visione di chi pensi che l’esecuzione della pena non riguardi l’economia del nostro Paese: ma sembra fatto noto solo ad alcuni. E allora, per evitare che perduri la ottusa visione di una società “responsabile delle tenebre che ha prodotto”, è bene ripetere per quali motivi un investimento sull’esecuzione penale è un affare e contribuisce alla ripresa.

Perché offre un risparmio indiretto: per ogni detenuto che recuperi la dignità e la possibilità di reinserirsi nel tessuto sociale e lavorativo, lo Stato ha un risparmio, giacché esclude, o comunque abbatte, il rischio che quel condannato abbia ricadute delittuose, e quindi rientri in carcere. È noto il dato statistico: le competenze e le professionalità acquisite da un detenuto che agevolino il reinserimento nella società, lo allontanano dal circuito criminoso. Perché consente un risparmio diretto: il potenziamento delle misure alternative al carcere abbatterebbe drasticamente i costi per il mantenimento dei detenuti, peraltro costituito in misura prevalente dal personale dell’amministrazione penitenziaria. Perché garantisce perfino un profitto: ogni condannato restituito, rinnovato, alla società, potrà produrre reddito e benefici per la stessa società nella quale, prima, era ai margini. Non sono ipotesi, ma prospettive certe, che amplificherebbero i risultati positivi dei progetti sperimentali effettuati nel corso degli ultimi vent’anni.

Oggi non ci sono più alibi: all’orizzonte e a breve termine, sono disponibili le risorse economiche per intervenire con una scelta politica seriamente declinata nella prospettiva di risolvere il tema del carcere, dell’esecuzione penale e le condizioni di illegittimità nel quale versa l’Italia da decenni. Non giratevi dall’altra parte.

*Di Daniele Caprara, avvocato

 

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