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“Niente domiciliari, in cella si è più protetti dal rischio Covid”

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Così la corte d’Assise d’Appello di Milano ha motivato il rigetto dell’istanza di domiciliari, presentata dalle avvocate Simona Giannetti e Maria Battaglini
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Chi è in carcere è più protetto dal rischio di contagio del Covid-19 e avrebbe immediate cure rispetto a chi vive all’esterno. Questa è in sintesi uno dei punti con cui la corte d’Assise d’Appello di Milano ha motivato il rigetto dell’istanza, presentata da un detenuto in attesa di giudizio definitivo, per i domiciliari con tanto di consenso al braccialetto elettronico. Eppure, fanno sapere i suoi avvocati milanesi, Simona Giannetti e Maria Battaglini, il detenuto si trova nel carcere di Monza dove da qualche giorno ha anche contratto la scabbia e quotidianamente sta usando una pomata al cortisone, non senza conseguenze. Non solo. A causa del sovraffollamento, in cella si è aggiunto un terzo uomo: sono talmente stretti che quest’ultimo dorme su una branda, che estraggono per la notte e che durante il giorno viene riposta chiusa sotto a uno dei due letti. Tutto questo quando c’è una epidemia in corso.

Per la corte d’Assise d’Appello di Milano si è più sicuri in carcere

Nonostante i numeri dei contagi siano diminuiti, l’emergenza rimane e i focolai all’interno delle carceri sono sempre in agguato. Ma per la corte d’Assise d’Appello di Milano, in linea con la vulgata popolare, si è più sicuri e protetti in carcere, che fuori. «Spiace dover rilevare che la Corte non sembra aver tenuto in considerazioni le osservazioni della difesa, che ha riferito di un sovraffollamento pari quasi al 200% nel carcere monzese», osservano le avvocate a Il Dubbio dopo la decisone di respingere l’istanza per i domiciliari. I numeri e le condizioni del sovraffollamento del resto sono stati riportati dalla difesa, come già resi noti dall’avvocata Giannetti, del direttivo di Nessuno tocchi Caino, che nel febbraio 2019 aveva potuto prenderne visione di persona nel corso di una visita, che aveva guidato con la delegazione radicale dell’Osservatorio Carcere Lucio Bertè. «Non possiamo fare a meno di chiederci come si possa pensare che in carcere si stia più protetti che nella società libera, quando al contrario è certamente più difficile realizzare ogni minima cautela proprio per il fatto che il distanziamento in una cella con tre persone estranee e costrette a vivere in promiscuità sia pressoché impossibile», dichiarano al Dubbio le avvocate, sottolineando che «nessun rilievo in motivazione è stato offerto sul tema del diritto alla Salute, inteso come diritto di non ammalarsi a fronte di una persona che non è nemmeno ancora stata giudicata con sentenza definitiva. Si pensi anche alla difficoltà di avere colloqui difensivi, che fino a pochi giorni fa erano quasi impossibili per il divieto al nostro assistito di uscire dalla sezione cristallizzata e raggiungere l’area colloqui per effettuare la telefonata con l’avvocato di dieci minuti; un altro tema che non possiamo considerare secondario».

Da due anni è detenuto in attesa di giudizio

Il detenuto in attesa di giudizio definitivo si chiama Nello Placido, da due anni in carcere preventivo e con una condanna in primo grado per omicidio. La sua è una vicenda complessa, l’uomo si è professato innocente fin dalle prime battute. L’indagine è durata ben 6 anni, nel corso dei quali è stato sempre libero, oltre ad essere tornato spontaneamente da un impiego all’estero per presenziare alle udienze. All’esito del processo non sono mancati colpi di scena e le avvocate sono giunte perfino a denunciare gli investigatori per depistaggio in relazione alle attività d’indagine svolte nei riguardi di Placido. Ma come detto, oltre ai temi delle esigenze cautelari che saranno impugnati nelle sedi opportune, non si può fare a meno di interrogarsi su come la Corte abbia affrontato il tema dell’emergenza Covid e della concessione dei domiciliari, in un carcere sovraffollato e con contagi che hanno costretto Nello Placido ad essere “cristallizzato” in cella senza poter uscire, se non per pochi minuti di aria al giorno, né lavorare o svolgere alcuna attività. Ma la corte d’Assise d’Appello di Milano, liquida in poche righe la questione: «Il rischio di contagio del virus Covid 19, considerati i numeri diffusi, non appare essere più rilevante in carcere che all’esterno, dove anzi l’attenzione per il rispetto delle cautele e un intervento sanitario immediato risultano per alcuni versi meno garantiti rispetto alla condizione carceraria».

Il diritto di Difesa non può essere ignorato neanche in tempo di Covid

Secondo i legali del detenuto, che si è visto rigettare l’istanza per i domiciliari, anche la compressione del diritto di Difesa del detenuto in custodia cautelare in tempo di Covid non può essere ignorata: a fianco al diritto alla Salute, anche quello di Difesa resta un diritto inderogabile nel suo esercizio, soprattutto se i detenuti sono in corso di processo e non vengono tradotti in udienza, effettuando il collegamento solo in videoconferenza. Nell’istanza si leggono anche le parole del procuratore generale della corte di Cassazione Salvi, che invita ad applicare la carcerazione preventiva solo in caso di extrema ratio proprio per deflazionare le presenze in carcere: «Prendiamo atto che alla nostra citazione non è stata data alcuna attenzione, in mancanza di ogni motivazione che faccia i conti con lo stato di emergenza, che a quanto pare esisterebbe solo nel mondo dei liberi». Eppure, perfino un magistrato intransigente come Sebastiano Ardita, ha recentemente scritto dell’importanza dei vaccini ai detenuti visto che il carcere è un luogo di pericolo e diffusione.

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