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La rivincita del Cav. La fine del trumpismo mette all’angolo Salvini e Meloni

Con la sconfitta di “The Donald”, Lega e Fd’I dovranno cambiare rotta per trasformarsi in forze di governo e scongiurare la “scissione” dell’ala moderata
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Quel che succede a Washington e dintorni non riguarda mai solo gli Stati uniti d’America. Coinvolge sempre direttamente l’intero occidente. Mai però come in questo caso.

Donald Trump non è stato solo il più anomalo e lacerante presidente degli Usa. Era anche un simbolo e una bussola. Non a caso il suo esempio affascinava e faceva sognare tanto il populismo descamisado di Matteo Salvini quanto quello in doppio petto di Giuseppe Conte. Oggi in Italia gli orfani di The Don si affollano non solo nell’opposizione ma anche nella maggioranza e tuttavia è evidente che la grave perdita colpisce soprattutto una destra che non aveva mai nascosto, e non può nascondere ora, l’afflato trumpista.

L’eccezione, nella destra italiana, è Silvio Berlusconi. Lui trumpista non lo è stato mai. Avrebbe potuto simpatizzare per il magnate, la cui parabola ricalca peraltro per qualche verso proprio quella dell’apripista di Arcore, decenni fa, all’inizio della carriera politica. Non nel secondo decennio di questo secolo, quando Berlusconi ha smesso da un pezzo gli abiti dell’imprenditore anti- sistema per rivestire quelli del pacato e ragionevole uomo di Stato. Oggi canta vittoria e affonda la lama, con l’obiettivo di salvare quel che di buono a suo parere c’è stato nel trumpismo, come la politica di tagli fiscali, denunciando quel che invece c’è stato di pessimo, il populismo antiliberale. Non ci vuole il traduttore automatico per scoprire che quel che va salvato è Forza Italia, quel che va sacrificato è, se non Salvini, il salvinismo. Solo che per trasformare in realtà e voti sonanti, in Italia, il tipo di destra che Berlusconi ha in mente, modellato al solito su di sé, ci vorrebbero un partito forte e un leader combattivo. Non ci sono proprio per diretta responsabilità del sovrano di Arcore che nel corso dei decenni non si è mai occupato e preoccupato di preparare una successione credibile, svincolando Forza Italia dalla sua ingombrantissima e alla fine soffocante figura. Oggi il partito azzurro, per colmo di paradosso, può ambire a essere un partito di limitate dimensioni ma di profondo influsso culturale, come in Italia è capitato altre volte, ma non più il partito di massa che ha condizionato per vent’anni la politica italiana.

Anche il rischio che si profila per i due partiti italiani “trumpisti” rischia di seguire le orme del modello a stelle e strisce. Un divorzio dall’ala moderata, che nell’elettorato è senza dubbio più numerosa di quanto la forza dei singoli partiti attesti, costingerebbe Salvini e Meloni nella posizione nella quale si ritroverà presto the Don e nella quale langue da anni Marine Le Pen: quella di chi ha una forza elettorale ancora notevole ma non spendibile. Con una differenza non trascurabile: mentre il barabaro americano deve fare i conti solo con l’isolamento interno, in Italia pesa anche di più quello estero, un veto europeo che ha già pesato moltissimo, decretando la fine del governo gialloverde, e ancor più peserà in futuro.

Non è detto però che, nel laboratorio della politica italiana dove si sperimentano spesso modelli destinati a dilagare, il crollo di Trump non finisca per rimettere in pista proprio i pargoli del presidente uscente. Di certo c’è nella Lega una componente robusta che scalpita per rompere la gabbia del salvinismo, linea che paga in termini di voti ma non in quelli del successo politico effettivo. Condanna anzi, come per il Front National francese, a rimanere un partito forte ma tagliato fuori dal governo. È senza dubbio in campo una vasta area di potere che vedrebbe con stremo favore una destra capace di coniugare scampoli di populismo ringhioso, soprattutto di facciata, con una classe dirigente meno comiziante e ben accetta in Europa. C’è in realtà un filo invisibile che potrebbe legare figure tanto diverse quanto Berlusconi, Giorgetti, Zaia, Renzi, Toti. Sin qui le esigenze della propaganda hanno sempre fatto premio suquelle della politica, rendendo quest’area subordinata sempre e comunque al costume comiziante del populismo trump- salviniano. Caduto il comandante in capo le cose potrebbero cambiare e potremmo anche scoprirlo presto: nella politica ceratmente drammatica e probabilmente anche lunga che sta per aprirsi.

 

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