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«L’antimafia perde credibilità perché si erge a tribunale morale»

Cinque anni e mezzo di inutile gogna: la storia di Lorenzo Diana, ex segretario della Commissione antimafia vittima di malagiustizia
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«Sa qual è il problema? Che questa antimafia, che con quella di Falcone e Borsellino non c’entra nulla, si erge a tribunale morale. E chi fa politica ha una sorta di peccato originale da espiare, anche se non ha commesso alcun reato». Cinque anni e mezzo fa la vita di Lorenzo Diana venne stravolta. Per nulla, scopre dopo tanto tempo, ma quello che era prima ormai non c’è più. Perché dal 3 luglio 2015, giorno in cui gli vennero notificati due distinti avvisi di garanzia per concorso esterno e abuso d’ufficio, tutto il suo impegno contro la camorra è stato messo in discussione.

Quelle accuse, oggi, si sono rivelate infondate. E nonostante nessun ulteriore atto di indagine sia stato compiuto da allora ad oggi, ci sono voluti comunque anni prima di mettere la parola fine ad una brutta storia di malagiustizia. Diana, ex senatore del Pds, ex segretario della Commissione antimafia, a maggio del 2019 ha visto archiviare la prima delle accuse a suo carico, quella per concorso esterno. Mentre ha dovuto attendere fino a dicembre scorso affinché il gip Marco Giordano archiviasse, su richiesta del pm Catello Maresca, lo stesso che lo ha indagato, l’ultima delle due indagini aperte sul suo conto. Si tratta di un presunto abuso d’ufficio nella nomina di un avvocato, che, da presidente del Centro agroalimentare di Napoli, Diana aveva dovuto nominare per difendere la società in giudizio contro un la Cesap, «appartenente ad un noto camorrista tuttora detenuto».

Quel 3 luglio Diana viene costretto a lasciare la sua casa, a causa del divieto di dimora firmato dal gip, annullato 18 giorni dopo dallo stesso senza nemmeno passare dal Riesame. E viene pure interdetto dai pubblici uffici. «Fui mandato via come un pericoloso criminale», racconta oggi al Dubbio ripercorrendo cinque anni di battaglia, questa volta contro lo Stato che ha sempre creduto di rappresentare. I clan lo volevano morto. Ci hanno provato con una bomba, poi con le minacce, con una lettera del boss Francesco Schiavone “Sandokan” spedita direttamente dal carcere. Ma nulla è stato efficace come l’azione giudiziaria che, suo malgrado, lo ha travolto.

«Partiamo dalle intercettazioni: erano inutilizzabili, perché autorizzate per accuse di 416 bis e non per il reato che veniva contestato a me spiega Diana -. Difficile capire cosa c’entrasse la Dda con il reato di abuso d’ufficio: fatto sta che i pm fecero un unico comunicato, nel quale mi definirono come una personalità trasgressiva, disposta senza remore a commettere reati, solo formalmente incensurato. Non sono ancora riuscito a capire cosa significhi, giuridicamente, “solo formalmente incensurato”». Ad un certo punto l’indagine si sposta effettivamente dalla Dda al settore pubblica amministrazione, ma assieme a Maresca, che terminato il periodo in antimafia cambia settore. E così l’indagine, di fatto, rimane sempre e solo nelle sue mani. Il fascicolo, in compenso, rimane tale e quale a com’era 5 anni e mezzo fa. Nessun’altra attività inquirente viene svolta. Ma la richiesta di archiviazione arriva soltanto nel 2020. «Perché ci sono voluti tutti questi anni, dal momento che è stato il pm a chiedere l’archiviazione?», si chiede oggi Diana. Il clamore è micidiale: per mesi e mesi viene sbattuto sui giornali, trattato come un mostro, il falso paladino dell’anticamorra connivente con i clan. «E le accuse, di tanto in tanto, venivano rilanciate da pseudo pentiti e altri detenuti che erano stati arrestati grazie alle mie denunce», spiega. Gli interrogativi sono molti. Ad esempio che fine abbia fatto la presunzione di innocenza. «Ho subito una gogna mediatica, in un processo pubblico che mi ha massacrato e ha danneggiato la mia immagine – sottolinea -.

Sono stato allontanato dalla mia funzione di presidente del mercato di Napoli, che avevo portato risollevato, salvando 140 posti di lavoro: tutto perso. È una ferita che mi brucia ancora. Ho speso la vita intera a lottare contro la Camorra, con seri rischi, al punto che lo Stato mi ha scortato per 21 anni». Per cinque anni e mezzo la sua è stata una vita sospesa, da un punto di vista privato, sociale e istituzionale. Senza contare i problemi economici. «Il gip revocò il divieto di dimora dopo 18 giorni. La stessa misura che aveva firmato. Serviva giusto a sparare la notizia: mi contestavano la nomina di un avvocato senza avviso pubblico, ma per legge si tratta di un incarico fiduciario. E sa qual è la cosa buffa? Durante l’interrogatorio di garanzia il giudice mi disse candidamente: mi spieghi come si nomina un avvocato, perché io mica sono esperto. Eppure, per questo, ho dovuto subire due misure cautelari».

Ma a Diana fa anche male l’uso di un linguaggio da tribunale morale. Un linguaggio che lo spinge a rivalutare l’antimafia. «C’è una presunzione di pezzi della magistratura nei confronti di una società che ritengono persa, corrotta e degenerata e tanto più nei confronti della politica, che ritengono irrimediabilmente compromessa e criminogena», aggiunge. Un anno e mezzo dopo l’avvio dell’inchiesta gli viene revocata la scorta. Lo stesso Stato che lo riteneva in pericolo, dunque, decide che può diventare un bersaglio mobile perché sospettato di aver commesso dei reati. «Non contesto mai il principio di controllo di legge esercitato dai pm, ma l’approssimazione con cui si è proceduto – continua -. Si poteva constatare subito che le accuse erano infondate, invece sono stato esposto e delegittimato nei confronti di un clan che mi ha avuto sempre nel mirino.

Dall’altra parte, così facendo i pm hanno trasmesso il messaggio che non vale la pena di impegnarsi nella lotta contro la camorra, perché puoi ritrovarti contro lo stesso Stato che tu cerchi di sostenere. In quel territorio è passato per anni il principio che tutti, anche i paladini anticamorra, sono in un modo o nell’altro collusi. Per cui tutti collusi, nessun colluso». Diana parla di un vero e proprio «virus», una mentalità autoritaria «che fa ritenere a pm e polizia giudiziaria che siano essi stessi lo Stato e pertanto autorizzati a muoversi anche al di sopra della legge». A cui si associa la gogna mediatica, con una sentenza comminata ancor prima di arrivare in aula. «È come se gli stessi pm non si fidassero del processo giudiziario e pertanto si affidassero a quello mediatico per isolare e distruggere una persona – racconta -. E così diventa una condanna anticipata. Chi ripagherà i cittadini che capiteranno in una tale bolgia?». L’unica soluzione è eliminare la spettacolarizzazione, evitare i clamori non risolutivi, seguiti poi da un incredibile silenzio. «I territori vengono presentati continuamente come liberati, per poi accorgersi che così non è – conclude -. L’antimafia deve liberarsi dalla convinzione di essere tribunale morale e tenere come stella di riferimento solo lo Stato di diritto. Alcuni pm fanno cattivo servizio alla Giustizia, gettando discredito e sfiducia. Ed è per questo che oggi voglio aderire a tutte le associazioni che lottano per la riforma della giustizia e debellare il virus dell’autoritarismo».

 

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