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Marta Branca: «Vaccino obbligatorio? Facciamo prevalere la responsabilità»

Parla il Direttore Generale dello Spallanzani di Roma, l'ospedale dove tutto è cominciato e ora simbolo dell'inizio della campagna vaccinale
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Sembra passato un secolo da quando a fine gennaio due turisti cinesi, i primi due casi di positività al Covid accertati in Italia, furoni ricoverati all’Istituto Lazzaro Spallanzani di Roma. A meno di un anno da quel giorno, l’ospedale romano due giorni fa è stato il simbolo dell’inizio della campagna vaccinale contro il Sars- Cov2. Ne parliamo con Marta Branca, Direttore Generale dello Spallanzani.

Direttore finalmente ha preso il via la campagna vaccinale. È l’inizio della fine o la strada è ancora lunga?

Queste affermazioni sono entrambe vere. Se da un lato, grazie all’avvio della campagna vaccinale, vediamo la luce in fondo al tunnel, dall’altro lato dobbiamo essere consapevoli che abbiamo ancora molta strada da fare. Dobbiamo arrivare a vaccinare almeno il 70% della popolazione: ciò rappresenta un grande sforzo organizzativo e logistico che non ha precedenti. Prima di rilassarci dobbiamo raggiungere quell’obiettivo.

Però molti lamentano che il sistema sanitario non è riuscito a garantire neanche il vaccino antinfluenzale per tutti e ciò porta ad essere sfiduciati per il futuro.

È vero, ma credo che lo sforzo per portare a termine la campagna vaccinale contro il Covid 19 sarà massimo. Inoltre sono fiduciosa del fatto che all’inizio almeno le persone più esposte – operatori sanitari, residenti nelle case di riposo -, benché il vaccino non sia volontario, chiederanno di poterlo ricevere.

Qualora tra qualche mese l’obiettivo dell’immunità di comunità fosse lontano, Lei sarebbe d’accordo alla obbligatorietà del vaccino?

In linea di massima credo che sia sempre meglio evitare la costrizione, perché i cittadini devono essere consapevoli e convinti delle scelte mediche che li riguardano e in particolare dell’utilità della vaccinazione. Se questo non dovesse verificarsi, io non mi stupirei che venisse introdotta l’obbligatorietà per far prevalere la salute pubblica sugli interessi individuali.

Quanti al momento sono stati vaccinati presso la vostra struttura e come si proseguirà?

La giornata di ieri (139, ndr) ha avuto un grande valore simbolico con i nostri primi operatori vaccinati. Per me è particolarmente significativo che la prima a vaccinarsi in Italia sia stata la direttrice del nostro laboratorio di Virologia, la professoressa Maria Rosaria Capobianchi, che mesi fa fu una delle prime a guardare il virus in faccia e ad isolarlo con il suo staff. Da oggi (ieri, ndr) entriamo nella fase operativa, durante la quale si vaccineranno le categorie prioritarie. Per adesso abbiamo vaccinato 139 persone e continueremo a vaccinare nei prossimi giorni in base alle richieste di disponibilità che ci sono pervenute dai nostri operatori. Le dosi ci sono per tutte le circa 1000 persone che operano in Istituto.

Per ora la Regione Lazio ha approvato il piano vaccinale solo per la Fase 1. Lo Spallanzani figura tra i 20 hub per stoccaggio e somministrazione dei vaccini anticovid. Avete ricevuto indicazioni anche per le fasi successive?

No, al momento abbiamo sole le indicazioni per gli operatori sanitari e per le Rsa. Le fasi successive sono in via di definizione e saranno inviate alle Asl che dovranno provvedere a vaccinare il resto della popolazione.

Ora quanti pazienti Covid avete allo Spallanzani? I dati come vanno interpretati?

Al momento abbiamo circa 180 pazienti Covid ricoverati, e di questi una trentina sono in terapia intensiva. La pressione sul nostro ospedale, e in generale sul sistema sanitario regionale, è in diminuzione rispetto a tre o quattro settimane fa. Però abbiamo imparato che l’incremento dei contagi si riflette sulle strutture ospedaliere con un ritardo di dieci, quindici giorni. Quindi se dovesse verificarsi un nuovo incremento dei contagi, il sistema potrebbe essere in difficoltà verso la fine di gennaio.

Come giudica le misure adottate dal governo per queste festività?

Le misure sono in linea con quelle prese dagli altri Paesi europei e hanno l’obiettivo di evitare una terza ondata. Tanto più che abbiamo ora a che fare con questa nuova variante inglese del Covid che potrebbe avere una maggiore contagiosità. Tuttavia nessun obbligo o restrizione servono a molto se a prevalere non è la responsabilità individuale.

È notizia di ieri che l’ Ordine dei medici di Roma ha avviato un procedimento disciplinare nei confronti di 13 medici che hanno espresso opinione del tipo “il Covid non esiste, che sia come un’influenza e che i vaccini in generale non servano a niente”. Come commenta?

Senza entrare nel merito del procedimento, trovo però davvero scoraggiante vedere che alle porte del 2021, dopo che i vaccini hanno sconfitto malattie terribili come il vaiolo e la poliomielite, ci siano ancora persone che mettono in discussione l’utilità dei vaccini; ed è più grave che lo facciano persone che hanno studiato o avrebbero dovuto farlo. Dovrebbero sapere che la scienza si basa su elementi provati e validati. Poi a chi dice che il “Covid non esiste” li inviterei a farsi un giro nei reparti di terapia intensiva.

Lei è Direttore generale di uno istituto di eccellenza del nostro Paese. Sembra passato molto tempo da quando a fine gennaio avete accolto i due pazienti cinesi affetti da Covid. Che sfida avete affrontato in questi mesi?

È stato un anno molto impegnativo, in cui ci siamo sentiti tutti molto coinvolti e responsabili delle aspettative che le persone avevano su di noi. Dal portantino al ricercatore al medico agli infermieri, tutti hanno capito che il loro lavoro era importante, fondamentale. Abbiamo ritrovato un grande senso di comunità, di squadra. E abbiamo imparato a confrontarci con i mezzi di comunicazione.

Una comunicazione non sempre efficace da parte di qualche esponente della comunità scientifica.

Certo, e purtroppo questo non ha offerto un buon servizio alla popolazione, spesso alle prese con valutazioni o troppo allarmistiche o troppo tranquillizzanti. Ci sarebbe dovuta essere una informazione più chiara, lineare soprattutto in un’era dove tutto circola velocemente.

Come procede presso di voi la sperimentazione del vaccino realizzato dalla società Reithera?

Abbiamo terminato la fase 1 e inviato la relazione all’Aifa: il candidato vaccino si è dimostrato sicuro ed ha attivato una consistente risposta immunitaria e cellulare. Stiamo già pianificando le fasi 2 e 3 e se tutto va per il meglio dovremmo avere un vaccino disponibile a metà del 2021.

 

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