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Erdogan scatena i giudici: 22 anni alla deputata curda Leyla Guven

La Parlamentare dell’Hdp era accusata di «terrorismo» per il suo ruolo al Congresso della società democratica: un'associazione di oppositori, avvocati e difensori dei diritti umani
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«Un atto ostile contro tutti i curdi e l’intera opposizione». Così il Partito popolare democratico ( HDP) ha commentato la condanna a 22 anni comminata da un tribunale turco contro la deputata 56enne Leyla Guven. Il regime di Erdogan dunque continua con la sua repressione a 360 gradi contro chiunque mostri insofferenza al suo strapotere, dagli avvocati agli insegnanti, ai giornalisti fino ai diretti oppositori politici. I curdi d’altra parte sono da sempre nel mirino di Ankara, non solo per l’opposizione armata dal PKK ( dal 1984 in lotta contro il potere turco) ma anche per i consensi elettorali guadagnati proprio dall’HDP anche sotto la cappa politica del regime di Erdogan. Leyla Guven già nel giugno scorso aveva visto annullata la sua immunità parlamentare e in occasione della condanna pronunciata lunedì non si trovava in aula. Nei suoi confronti è stato spiccato un mandato di cattura, ufficialmente non si conosce la sua reale ubicazione anche se alcune fonti di provenienza curda la segnalano imprigionata nella zona di Diarbakir.

L’ex deputata è stata accusata non solo per la sua attività legislativa. Guven infatti è anche co-leader del Congresso della società democratica, un’assemblea di rappresentanti di organizzazioni della società civile, partiti politici, avvocati e difensori dei diritti umani. Le autorità turche imputano allo stesso Congresso di essere legato al PKK, ciò equivale automaticamente al reato di terrorismo. In particolare Leyla Guven è stata condannata a 14 anni e 3 mesi per questo supposta responsabilità ed altri 8 anni per due accuse separate riguardanti la diffusione di ‘ propaganda terroristica’. Nel 2018, mentre si trovava in custodia in carcere, in seguito alla protesta pacifica contro l’operazione militare turca nella città prevalentemente curda di Afrin, nel nord della Siria, definita come un’invasione, lanciò uno sciopero della fame durato 80 giorni nel tentativo di porre fine all’isolamento di Abdullah Ocalan ( in carcere di massima sicurezza dal 1999) in modo che venissero consentite le visite della sua famiglia e un regolare colloquio con gli avvocati difensori.

Una lotta che ebbe una eco internazionale tanto grande che le autorità turche disposero la scarcerazione dell’ex deputata nel gennaio 2019, sebbene permanesse un controllo giudiziario sulla sua libertà. In poche parole un continuo essere sotto osservazione nel tentativo di limitare la sua attività politica. Un atteggiamento che ha coinvolto anche la figlia di Leyla Guven, Sabiha Temizkan, la quale ha definito il governo turco «il nemico della legge». Nonostante la mobilitazione popolare e, in alcuni frangenti anche dell’Unione Europea, Erdogan non ha mai mostrato arretramenti su questo versante. E negli ultimi anni sono stati molti i leader dell’HDP, compresi funzionari curdi locali, a finire in carcere sempre con le stesse imputazioni sebbene il Partito popolare democratico abbia sempre respinto una vicinanza con la lotta armata.

 

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