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«Quell’uomo non era in sé, il delitto d’onore non c’entra niente»

Il Tribunale di Brescia decide di chiarire, senza assecondare gli appetiti giustizialisti tipici del Paese, quanto accaduto nel caso di uxoricidio
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«Notizie fuorvianti». Il Tribunale di Brescia decide di non alimentare la gogna mediatico- giudiziaria. Decide di chiarire, senza assecondare gli appetiti giustizialisti tipici del Paese, quanto accaduto nel caso di uxoricidio di Brescia. Il delitto d’onore, assicura il presidente della prima Corte d’Assise Roberto Spanò, non è stato ripristinato. Antonio Gozzini, l’80enne assolto per l’omicidio della moglie Cristina Maioli, 62 anni, tramortita con un martello e poi accoltellata alla gola, non era capace di intendere e di volere. Perché affetto, secondo le perizie dei consulenti di accusa e difesa, da quella che in psicologia viene chiamata “Sindrome di Otello”, nota anche come gelosia delirante.

Una sindrome psicopatologica caratterizzata dalla convinzione che il proprio partner sia infedele, convinzione che in alcuni casi come in quello di Gozzini, stando alla sentenza – può arrivare ad assumere la forma di un vero e proprio delirio. La precisazione è d’obbligo. Perché la notizia, veicolata giornalisticamente come se si trattasse di un classico delitto passionale e, quindi, di un caso di femminicidio, ha scatenato polemiche politiche. Comprensibili, alla luce della forma assunta dalla notizia. Fino alla decisione, da parte del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, di acquisire gli atti per comprendere quanto accaduto in corte d’Assise. «Il ministro non ha inviato gli ispettori in Tribunale – fanno sapere fonti di via Arenula -, bensì ha chiesto di acquisire gli atti del processo, per capire quanto è emerso durante il dibattimento. Quando saranno disponibili verranno lette le motivazioni. Ma è una procedura attivata già in altre occasioni». Nessun intento di travalicare i confini previsti tra il potere esecutivo e quello giudiziario, assicurano. Nessuna volontà di invadere il campo. Ma l’avvocatura si schiera dalla parte dei giudici del tribunale di Brescia, denunciando l’ennesima distorsione mediatica a danno non solo del diritto di difesa, ma anche dell’indipendenza della magistratura.

Per Gozzini, attualmente detenuto nel carcere di Milano Opera con diagnosi di Covid, è stata disposta, stante il persistente stato di pericolosità, la misura di sicurezza della restrizione in una residenza per l’esecuzione di misure di sicurezza. La patologia delirante, afferma il presidente Spanò, è stata riconosciuta, nel corso delle indagini, sia dal consulente del pm sia da quello della difesa, concordi nel riconoscere all’imputato l’incapacità di intendere e volere con specifico riferimento all’omicidio della moglie. Il consulente della parte civile, invece, ha deciso di lasciare aperta l’ipotesi che il delitto non sia stato commesso in preda ad un’alterazione psicologica, suggerendo approfondimenti investigativi che, però, non sono stati effettuati. Ma non solo: i fratelli della vittima, che in un primo momento si erano costituiti parte civile, hanno deciso di non prendere parte al processo.

Nel corso del dibattimento, afferma il presidente del Tribunale, è stato comunque a lungo approfondito il tema della lucidità di Gozzini, «tramite l’accurata escussione del consulente della parte civile non più costituita (che ha ammesso di non aver partecipato per intero alle operazioni peritali ed, in particolare, ai passaggi più significativi) e della difesa». Il pm, nonostante il parere del proprio consulente, ha deciso di chiedere la condanna all’ergastolo dell’imputato, sostenendo la sua capacità di intendere al momento dell’omicidio, spinto da motivi di conflitto di natura estemporanea, «eludendo in tal modo, egli stesso, di fatto, che si fosse in presenza di una dinamica sottostante tipica di un processo di ‘ femminicidio’ che, com’è noto, non riguarda l’uccisione di una donna in sé e per sé considerata, quanto piuttosto ‘ l’uccisione di una donna in quanto donna”».

«Non c’era un motivo particolare per cui ho deciso di uccidere mia moglie. So solo che stavo malissimo: in depressione possono succedere queste cose», ha detto Gozzini nel corso dell’interrogatorio in cui ha confessato l’omicidio. L’uomo è infatti affetto, da tempo, da disturbo bipolare e depressivo. E si era convinto di essere stato tradito. Per il pm Claudia Passalacqua, che ha già annunciato di voler impugnare la sentenza, Gozzini avrebbe compiuto l’omicidio «per vendetta, perché la moglie voleva farlo ricoverare in ospedale per la sua depressione». Spanò si trova, ora, costretto a dribblare un’altra accusa: quella di sottovalutare il valore culturale che sottende, troppo spesso, casi aberranti come l’omicidio. Una vera e propria emergenza, in Italia, come dimostrano i dati quotidiani, che però nulla avrebbe a che fare con il caso in questione. Precisando che, «proprio in ragione di tale concezione distorta del rapporto di coppia nel recente passato ha irrogato in due occasioni la pena dell’ergastolo».

 

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