Esteri 12 Dec 2020 17:20 CET

Da Trump nessuna pietà: Bernard è stato giustiziato

Si tratta del più giovane condannato a morte della storia statunitense, nonché della la prima esecuzione avallata da un presidente uscente in 130 anni

«Mi dispiace. Sono le uniche parole che posso dire per esprimere come mi sento ora e come mi sono sentito quel giorno». Sono le ultime frasi pronunciate da Brandon Bernard, l’uomo afroamericano che nella notte di ieri è stata giustiziato con un’ iniezione letale nella prigione federale di Terre Haute nello stato dell’Indiana.

Il caso aveva suscitato una forte reazione di quella parte dell’opinione pubblica contraria alla pena di morte. La sua vicenda risale al 1999 quando Bernard aveva 18 anni e, insieme ad altri ragazzi, partecipò all’uccisione anche se non in maniera diretta dei giovani religiosi nonché coniugi, Todd e Stacie Bagley. Del compimento materiale dell’omicidio fu ritenuto responsabile Cristopher Vialva, giustiziato lo scorso settembre. Bernard invece venne accusato di aver dato fuoco alla macchina nella quale erano stati lasciati i due corpi. Ma l’esecuzione dell’ormai 40enne Bernard, ha aperto diverse questioni che vanno al di la del singolo tragico episodio e hanno assunto caratteristiche politiche. Quella che è avvenuta nella prigione dell’Indiana è stata la nona condanna a morte federale da quando Donald Trump ha messo fine ad una moratoria che durava da 17 anni. Ma è stata la prima ad essere eseguita da 130 anni in quello che viene chiamato “periodo zoppo”. L’interregno che intercorre nel passaggio da un’amministrazione all’altra. L’ultima volta fu durante la presidenza di Grover Cleveland nel 1890, Con Biden, contrario alla pena di morte, è chiaro che la morte di Bernard assume un significato particolare.

Vista lo controversia sulle prove relative alla colpevolezza dell’uomo il team legale di Bernard aveva chiesto al tribunale di concedere loro altre due settimane per elaborare una petizione per salvargli la vita. Anche questo tentativo però è andato a vuoto visto che la Corte Suprema ha respinto la richiesta, in ogni caso non si è trattato di una decisione presa all’unanimità. I giudici Stephen Breyer, Sonia Sotomayor ed Elena Kagan, tutti e tre di orientamento progressista, hanno infatti dissentito dalla maggioranza favorevole alla condanna a morte.

Ma alcuni contrasti sono avvenuti anche dentro il campo conservatore, o meglio tra i gli stessi legali che avevano difeso Trump dall’accusa di impeachment e che invece si sono schierati con Bernard. E’ il caso del professore di diritto ad Harvard Alan Dershowitz unitosi alla squadra di avvocati della difesa a meno di due ore dalla prevista esecuzione. Lo stesso vale per Ken Starr, un altro avvocato di alto profilo.

La giustizia federale non ha ceduto neanche agli appelli di personaggi famosi dello show biz come Kim Kardashian West. La star in realtà ha studiato legge e ha portato avanti più volte altre cause di condannati prima di abbracciare la causa di Bernard. Probabilmente però le prese di posizioni più rilevanti, anche se senza successo, sono state quelle dei protagonisti della vicenda giudiziaria.

Uno dei procuratori che partecipò al processo nel 2000, ha richiesto poco tempo fa l’intervento di Trump affermando che i pregiudizi razziali potrebbero aver influenzato la composizione della giuria quasi tutta composta da bianchi. Inoltre diversi giurati hanno affermato pubblicamente di aver cambiato idea pentendosi di non aver optato per la pena dell’ergastolo.