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Il procuratore di Trieste: “Cancellare il reato di clandestinità”

Secondo il procuratore capo di Trieste si tratta di una norma che intasa gli uffici giudiziari: "E’ una norma penale totalmente inutile, se la cancellassero farei un brindisi"
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«Io non ho ancora capito perché, se non per questioni di bandiera politica, non riusciamo a liberarci del reato di clandestinità e cioè di dire che ogni persona che troviamo in Italia, per il solo fatto di esserci entrata, commette reato». Stanno facendo discutere le parole del Procuratore Capo di Trieste, Antonio De Nicolo, pronunciate durante un’intervista nel salotto della trasmissione Ring sull’emittente locale Telequattro.

E’ una delle rare volte in cui un esponente della magistratura si schiera così apertamente contro una norma che è stata introdotta nel 2009 con la legge 94 che istituiva appunto il reato di clandestinità. Ben presto gli esperti delle tematiche legate all’immigrazione denotarono l’inefficacia e l’inapplicabilità di tale legislazione.

Sebbene fin dall’inizio l’illecito avesse natura penale, non era previsto l’arresto o il fermo di polizia, misure ammesse nell’ordinamento italiano solo in caso di reati che abbiano come conseguenza la detenzione. La pena dunque consiste in una sanzione pecuniaria per ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato con multe da 5 a 10mila euro.

Nel frattempo la persona raggiunta da questo provvedimento viene denunciata a piede libero e nell’intervallo di tempo che intercorre fra l’avvio dell’iter giuridico e la sua conclusione può muoversi tranquillamente senza restrizioni. Per questo il Procuratore De Nicolo fa presente che si tratta di una condanna che è «platonica, non verrà mai eseguita perché (gli incriminati ndr.) non sarebbero mai in grado di pagare e, nel contempo, si tratta di procedimenti che intasano gli uffici dei tribunali. E’ una norma penale totalmente inutile, se la cancellassero farei un brindisi».

«Già quando dirigevo Udine me ne rendevo conto – ha spiegato il Procuratore triestino – ora che sono a Trieste dove il numero di denunce è molto più elevato ci troviamo subissati da queste denunce di reato per un sacco di persone pakistani, afghani, siriani che vengono portati a giudizio per un reato che prevede la sola pena pecuniaria, perciò anche quando la condanna verrà emessa non verrà mai eseguita perché non li troviamo più sul territorio». A tutto ciò si aggiunge il fatto che anche la possibilità di convertire l’ammenda in un provvedimento di espulsione è puramente teorica.

Il costo elevato dell’esecuzione e i pochi patti bilaterali con i paesi di provenienza chiudono infatti la strada ai rimpatri. Anche i tentativi di depenalizzazione che nel 2016 sembravano indirizzati su una strada favorevole sono caduti nel vuoto. Già all’epoca l’allora procuratore nazionale antimafia Franco Roberti  definì il reato di clandestinità un «ostacolo per le indagini sui trafficanti di esseri umani».Un aspetto sul quale si è soffermato anche De Nicolo durante l’intervista rilevando l’impossibilità per “l’immigrato illegale” di testimoniare contro il trafficante a «cui ha pagato il viaggio per farlo giungere fin qui». Infatti – ha spiegato il Procuratore – «quando riusciamo a far dire chi è il destinatario delle somme pagate non possiamo usare questa testimonianza perché lo stesso testimone è indagato del suo reato di clandestinità e il difensore dell’indagato può tranquillamente dire che questa audizione non è utilizzabile». Area degli allegati

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