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«Giudice e difensore amici su Facebook: è lecito»

Archiviate a Perugia le ipotesi di incompatibilità e abuso
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Non può configurarsi un reato, né tanto meno si possono contestare profili di incompatibilità, a carico del magistrato che tratta una causa patrocinata da un avvocato “amico” su Facebook.

L’utilizzo dei social network da parte delle toghe torna a far discutere. La vicenda in esame questa volta non riguarda però i commenti “inopportuni” o “sopra le righe” postati sulla pagina del magistrato, ma la gestione delle sue amicizie “virtuali”. L’episodio in questione ha interessato nei mesi scorsi il presidente del Tribunale di Civitavecchia.

Il magistrato era stato oggetto anche di un esposto alla Procura di Perugia, competente per i reati commessi dai magistrati del distretto di Roma. Un cittadino, in particolare, aveva evidenziando diverse anomalie nell’ambito di un procedimento in materia di successioni, assegnato al predetto giudice, che lo aveva riguardato. Il sospetto era che il giudice in quel procedimento non fosse stato terzo ed imparziale. Il denunciante si era spinto a ipotizzare anche delle condotte illecite, oltre al mancato obbligo di astensione da parte del magistrato.

Fra gli elementi a supporto della sua tesi vi era il fatto che la toga condivideva l’amicizia su facebook con l’avvocato che assisteva la controparte. “La sola circostanza che il difensore e il magistrato condividano le rispettive pagine non può indicare una relazione di natura tale da imporre un’astensione del magistrato nelle cause in cui sia presente lo stesso avvocato o un difensore facente parte dello stesso studio legale”, aveva scritto il pm di Perugia, archiviando l’accaduto. “In ogni caso – aveva aggiunto – al fine di far valere una eventuale incompatibilità sono previsti i rimedi”. La tesi del pm era stata sposata dal gip, secondo cui “non potendosi ritenere solo per questo configurata una fattispecie di abuso d’ufficio. L’amicizia virtuale non può equipararsi a un rapporto di amicizia o frequentazione abituale tale da comportare i doveri di astensione”, trattandosi di fatto di “un elemento del tutto neutro”, aveva quindi concluso il gip umbro.

 

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