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Donna, avvocata, ebrea: il Regime non poteva tollerarlo

Prima donna ad iscriversi all’albo degli avvocati di Bolzano, Amalia Fleischer fu deportata ad Auschwitz nel 1944. Le sue tracce si persero da allora. La sua biografia è esemplare delle difficoltà insuperabili nei primi decenni del novecento in cui il regime fascista preparava gradualmente la svolta razzista
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Pubblichiamo un estratto del volume “Razza e InGiustizia.

Avvocati e magistrati al tempo delle leggi ebraiche”, a cura di Antonella Meniconi e Marcello Pezzetti (Ed. Consiglio Superiore della Magistratura). Alla pubblicazione, presentata al Senato nel 2018 e patrocinata dal Consiglio Nazionale Forense, ha contribuito l’avvocato Francesco Marullo di Condojanni, già consigliere del Cnf, e scomparso di recente.

Donna, avvocato, ebrea. Tre difficoltà quasi insuperabili nei primi decenni del novecento in cui il regime fascista preparava gradualmente ma inesorabilmente la svolta razzista. Ecco perché la biografia di Amalia Fleischer, prima donna ad iscriversi all’albo degli avvocati di Bolzano, è la storia esemplare e commovente di una donna tenace, volitiva, combattiva e coraggiosa.

È ben noto quale scandalo suscitò la pretesa di alcune donne, all’alba del novecento, di esercitare il ministero forense. Dovettero superare ostilità preconcette e opposizioni tenaci espresse, anche attraverso ricorsi e sentenze contrarie, ma la determinazione di alcune di esse, veramente indomabili, come Lidia Poët, Teresa Labriola, Elisa Comani, solo per citare alcune tra le più conosciute, vinse gradualmente ogni resistenza e finalmente la “milizia togata” e “l’arringo forense” aprirono le porte alle donne.

Ma alla conquista seguì la tremenda regressione delle novità legislative in materia di razza che culminarono nella normativa del 1939 in tema di esercizio delle professioni da parte dei cittadini di razza ebraica. Donna avvocato di razza ebraica era Amalia Fleischer che il 19 Luglio 1935 scriveva così a chi aveva infine accolto la sua richiesta, dopo un lungo iter di approvazione: «Colgo l’occasione per porgere a questo Sindacato ( il sindacato fascista avvocati e procuratori di Bolzano, istituito nel 1933 dopo la soppressione degli Ordini professionali, ndr) i sensi della mia più viva gratitudine per l’onore concessomi. Considero tale iscrizione come un encomio solenne attribuitomi, giacchè non si tratta della mera conferma dei sei anni di pratica di procuratore regolarmente conseguita, ma per le esplicite disposizioni della nostra legge professionale, di una formale attestazione che la sottoscritta ha tutti i requisiti morali e politici prescritti».

Nata nel 1885 a Vienna da Berthod, ebreo austriaco che fu console nei Paesi Bassi, e da Anna Michalup, ebrea di Fiume, Amalia trascorre in Alto Adige gli anni duri della Prima Guerra Mondiale, seguendo il padre, nominato questore di Merano. Dal Sud Tirolo, poi, torna in Austria per gli studi e si laurea in filosofia – l’unica facoltà che all’epoca era accessibile anche alle donne – all’università di Innsbruck. La sua vera passione, però, forse influenzata anche dal lavoro del padre, è il diritto: quando nel 1921 tutte le facoltà vengono aperte agli studi femminili, si immatricola all’università di giurisprudenza, prima a Innsbruck e poi alla Sapienza di Roma, laureandosi il 14 dicembre 1923 con una tesi dal titolo “Diritto ecclesiastico. Il Vicario Generale del Vescovo”. (…) La sua scelta di intraprendere la professione forense matura intorno al 1925, anno di data del primo documento ufficiale contenuto nel suo fascicolo personale, tuttora conservato presso l’Ordine degli Avvocati di Bolzano. Si tratta, infatti, della richiesta ufficiale e scritta in lingua tedesca, indirizzata all’Ordine, in cui gli avvocati bolzanini Josef Reinisch e Pius Tessari chiedono che la ‘ Frau Dr. Amalia Fleischer’ sia registrata come ‘ Konzipientin’, ovvero come ‘ praticante avvocato’ ( il termine è tutt’ora utilizzato in Austria per indicare i praticanti avvocati) presso il loro studio.

(…) Dopo aver dunque finalmente ottenuto l’iscrizione “all’albo degli Aspiranti Avvocatili”, nulla è dato sapere di come proceda la pratica di Amalia Fleischer, ma l’Ordine bolzanino conserva memoria della comunicazione, datata 12 agosto 1925, che Fleischer lascia lo studio Reinisch- Tessadri di Bolzano per trasferirsi a Merano, presso lo studio dell’avvocato Ludwig Baranek. Dalle risultanze del suo fascicolo personale, Amalia Fleischer cambia dopo solo altri sei mesi non solo studio legale, ma anche città. L’avvocato del foro di Roma, Alfredo Tosatti, infatti, certifica «ai fini dell’esame di procuratore», che la «dott. Amalia Fleischer ha frequentato con assiduità e diligenza da fine gennaio 1926 al 1 febbraio 1927 il mio studio».(…) Dopo due anni, il 30 agosto 1927, la stessa Fleischer indirizza all’Ordine una missiva in cui chiede di poter essere iscritta “al registro dei candidati procuratori’ come ‘ candidata procuratore presso il mio avvocato del foro di Bolzano ( Merano)’ ( si presume lo stesso avvocato Alliney) e allega, oltre al titolo di laurea in giurisprudenza, anche l’attestato di ‘ pratica giudiziaria’ svolta nel ‘ R. ( Regio ndr) Tribunale di Trento dal 1 febbraio 1924 al 1 marzo 1925’, che secondo la vigente normativa era obbligatorio ai fini dell’iscrizione. Finalmente, il 16 agosto 1928, Amalia Fleischer può presentare richiesta di iscrizione all’albo dei procuratori, allegando il certificato di compiuta pratica. Il 6 settembre il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Trento, Giuseppe Stefenelli, le comunica il superamento dell’esame presso la Sezione di Corte di Appello di Trento.

Sono gli anni dell’ascesa del fascismo e anche la professione forense diventa via via sempre più permeata di obblighi di adesione al partito ( oltre che, sulla fine del 1928, l’obbligo in l’Alto Adige di redigere gli atti pubblici esclusivamente in lingua italiana). Nel fascicolo personale del procuratore Fleischer, dunque, è reperibile l’iscrizione al Sindacato Fascita Avvocati e Procuratori, datata 22 febbraio 1929. Se già complessa era stata la sua iscrizione all’albo dei procuratori, più complicato ancora risulta l’iter di iscrizione all’albo degli avvocati. Fleischer presenta per la prima volta la domanda nel 1929, ma la Commissione Reale Straordinaria per il Collegio degli Avvocati di Bolzano la rigetta, con una stringatissima motivazione: «La domanda stessa non è corredata dai prescritti documenti; ritenuto, oltre a ciò, che non sussistano le premesse di legge».(…) L’iscrizione all’Albo degli Avvocati è datata 13 luglio 1935, deliberata dal ‘ Direttorio’ del sindacato fascista e proprio a questa comunicazione Amalia Fleischer fa seguito con la missiva in cui porge «i sensi della mia più viva gratitudine per l’onore concessomi. Considero tale iscrizione come un encomio solenne attribuitomi».

(…) Nel 1939, Fleischer comunica al Direttorio come previsto dalle leggi razziali approvate nel 1938 – la sua origine familiare ebrea e, in seguito all’autodenuncia, chiede contestualmente la cancellazione dall’albo.

Per farlo, fa pervenire a Bolzano una lettera scritta a mano inviata da Faenza, dove nel frattempo si è trasferita: «La sottoscritta avv. dott. Amalia Fleischer fu Bertoldo, fa domanda affinché si voglia cancellare la sua iscrizione tanto all’albo degli avvocati, quanto a quello dei procuratori. Con la massima osservanza». (…) Smessa dunque la professione forense con tanta fatica e pervicacia inseguita e praticata nonostante tutti gli ostacoli di ordine burocratico frappostisi, Amalia Fleischer è costretta a dimenticare la toga e a mantenersi nella sua nuova città d’adozione, Faenza, insegnando lingue al monastero di Santa Chiara. Fino al 1943, quando il ministero degli Interni emette l’ordinanza di cattura di tutti gli ebrei di età inferiore ai 70 anni. È il 25 gennaio 1944 quando Amalia Fleischer, matricola 2643 nel carcere di Ravenna, viene caricata insieme ad altri 27 ebrei su un vagone bestiame: il treno la porterà prima a Milano, poi a Verona – lo stesso su cui si trovava anche l’allora tredicenne Liliana Segre, neosenatrice a vita – e, infine, ad Auschwitz. Si perdono lì, il 6 febbraio 1944, le tracce della prima avvocata del Sud Tirolo. Nulla si sa del suo esatto destino, solo che sparì dietro i cancelli del campo di concentramento.

Di lei rimangono il ricordo negli atti ufficiali del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bolzano, il testamento olografo redatto a Faenza, in cui lascia tutti i suoi beni al monastero di Faenza, e un ricordo tramandato oralmente: si racconta che, qualche tempo dopo la sua cattura, alle suore di Santa Chiara si presentò un ferroviere. Raccontò che un giorno si sentì chiamare da dentro il vagone di un treno da una voce di donna: «Mi chiamo Amalia Fleischer, per favore dica alle suore di Santa Chiara di Faenza che mi ha visto, che mi portano via. Me le saluti».

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