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Il Covid in carcere dilaga, protestano in tanti e il governo tace

Già quattro morti di Covid in carcere nella seconda ondata, nuovi focolai scoppiati negli istituti di Monza, Busto Arsizio e Sulmona
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Sono almeno quattro i detenuti morti per Covid in carcere nella seconda ondata, mentre divampano – apprende Il Dubbio – nuovi focolai: 30 reclusi risultati positivi al carcere di Monza e i 35 del carcere Busto Arsizio, ma per ora il Governo non dà alcun segnale sulla voglia di inserire nuove misure più efficaci per ridurre sensibilmente la popolazione detenuta. Non solo. Al question time di ieri, alla domanda posta dal parlamentare Alessandro Colucci del gruppo misto, il ministro della giustizia Alfonso Bonafede non ha risposto su cosa intenda fare per rimediare al sovraffollamento come sollecitato dalla recente conferenza dei garanti territoriali delle persone private della libertà. Il guardasigilli ha elencato i dati dei contagi di Covid in carcere, spiegato come la carceri stiano correttamente applicando i protocolli sanitari e chiarito come l’istruzione scolastica sia importante per i detenuti. Ma nessun riferimento alle misure deflattive e a un’emergenza che starebbe sfuggendo di mano.

Complicata la situazione a Busto Arsizio

Sì, perché oltre alla situazione del carcere di Tolmezzo dove sono partiti i primi esposti in procura, la situazione del carcere di Busto Arsizio sarebbe complicata a tal punto che – secondo quanto riporta Claudio Bottan, ex detenuto e ora giornalista e scrittore -, sarebbero arrivati i sanitari di Medici senza frontiere inviati dal provveditorato.

Fabio, il quarto morto per Covid in carcere

Ed è lì che l’altro ieri è morto di Covid il 53enne Fabio C., in carcere dal 2012. Era malato. Ed è sempre Bottan a raccontare la sua vicenda: «Non stava bene Fabio. Ma chi può star bene in galera? Lui invece era un malato vero, “certificato”, tanto da aver ottenuto la pensione di invalidità civile che regolarmente spendeva per acquistare salsicce, pomodorini e pasta, tanta pasta. E poi tabacco, che regolarmente “prestava” a chi stava peggio di lui, sapendo che si trattava di un prestito a perdere». Prosegue sempre Bottan: «Recentemente Fabio aveva chiesto di ottenere i domiciliari per potersi curare, era preoccupato per la pandemia da Covid e avrebbe voluto vivere. Istanza respinta, ovviamente. Fabio è morto in galera (e non all’ospedale) da solo, in una fredda cella di isolamento. Ora Fabio è libero, a dispetto delle coscienze».

16 positive al Covid in carcere a Rebibbia Femminile

Preoccupazione anche per il carcere di Rebibbia Femminile dove risultano 16 positive al Covid, la maggior parte senza sintomi significativi. A rivelarlo è la garante locale di Roma Gabriella Stramaccioni che vi ha fatto visita durante la mattina. Successivamente la garante ha partecipato al Nuovo Complesso, insieme al Garante Regionale Stefano Anastasia ed alla Direzione, all’incontro con il magistrato di Sorveglianza Marco Patarnello ed una delegazione dei detenuti dei vari reparti. La garante Stramaccioni rende noto che il magistrato Patarnello ha parlato nella nuova riorganizzazione del Tribunale di Sorveglianza che dovrebbe portare ad una maggiore velocità nella risposta alle istanze che provengono dall’istituto.

Sedici giorni di sciopero della fame per Rita Bernardini

Tante problematiche, importante il ruolo dei garanti che fanno il possibile. Ma va tutto bene secondo il governo. Ricordiamo che Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino è al 16esimo giorno dello sciopero della fame, a seguire c’è Irene Testa del Partito Radicale arrivata al 12esimo giorno. Uno sciopero per instaurare un dialogo con il Governo e Parlamento affinché affrontino quanto di drammatico sta avvenendo nelle carceri. Ricordiamo ancora una volta cosa chiedono: amnistia, indulto, liberazione anticipata speciale (proposta di legge presentata da Roberto Giachetti anche sotto forma di emendamento al “Decreto Legge Ristori”), modifiche sostanziali del decreto Ristori che secondo la Bernardini «ristora ben poco, detenuti e detenenti». Ad oggi hanno aderito 597 cittadini liberi e 552 detenuti dalle carceri di Sulmona, Vicenza, Genova -Marassi e Avellino. Tale iniziativa è stata ricordata dall’anteprima di una inchiesta del giornalista Bernardo Iovene di Report. Per ora è l’unico servizio pubblico della Rai che ha dato voce al dramma che stanno vivendo i familiari dei detenuti positivi al covid.

Possibili focolai a Monza e Sulmona

L’Italia è tra i Paesi europei che hanno segnalato il più alto numero di persone contagiate dal Covid tra le mura delle prigioni. I numeri che provengono dal Dap e per la prima volta aggiornati al sito del ministero, ma ancora risalente a domenica scorsa, parlano di 809 detenuti che hanno contratto il Covid in carcere, di cui 14 fra i nuovi giunti. La maggior parte, secondo il Dap, sono asintomatici, 27 sono sintomatici gestiti all’interno degli istituti di detenzione e 16 sono ricoverati in ospedale. Il numero maggiore dei ricoverati, nove reclusi, provengono dal carcere milanese di Opera dove almeno 4 sono dei 41 bis. Da ricordare che però tali dati non considerano i nuovi focolai che nel frattempo sono divampati. C’è com’è detto Monza, ma si è in attesa dei tamponi per un numero consistente di detenuti reclusi al carcere di Sulmona.

I numeri di Bonafede si riferiscono al 24 novembre

Non sappiamo se tali dati siano però considerati tra i nuovi numeri che ha dato il guardasigilli durante il question time di ieri. Anche perché risalgono a mercoledì. “Alla data del 24 novembre 2020, su 53.720 presenti negli istituti di pena del Paese, sono stati registrati 826 casi di positività al Covid in carcere, di cui, 804 gestiti dall’Area sanitaria interna (dei quali 772 senza sintomi) e 22 ricoverati presso luoghi esterni di cura”, ha detto Bonafede. Sono invece 1042 i casi di positività registrati fra gli operatori penitenziari (970 relativamente al personale del corpo di polizia penitenziaria e 72 fra il personale amministrativo e dirigenziale del Dap): di questi, 1013 si trovano in quarantena presso il proprio domicilio, 19 presso le caserme annesse agli istituti di pena e 10 risultano ricoverati in strutture ospedaliere.

Dunque numeri più alti si registrano fra gli operatori, ma il segretario generale della Uilpa Gennarino De Fazio ricorda che «bisognerebbe capire se i detenuti hanno la stessa possibilità di accesso ai tamponi degli operatori». Ed è sempre il sindacalista che chiede alla comunità scientifica e a chi di competenza di «calcolare l’indice di contagio (Rt) in carcere». Non solo. Anche De Fazio osserva che si impongono ulteriori urgenti misure da parte del Governo, ovvero «deflazionamento sensibile della densità detentiva, rafforzamento e supporto efficace della Polizia penitenziaria, potenziamento incisivo dei servizi sanitari nelle carceri».

Amnesty international: più contagiati rispetto alla prima ondata

Anche Amnesty international denuncia che il numero dei contagiati in carcere è molto più alto rispetto al picco registrato nella prima ondata della pandemia. La maggior parte dei penitenziari lamenta la mancanza di spazi appropriati per l’isolamento dei positivi e la scarsità di servizi sanitari e assistenza medica. È dilagante la diffusione dei contagi da Covid in carcere in Italia secondo Amnesty International Italia, che esprime la sua profonda preoccupazione per la mancata «riduzione consistente della presenza numerica di detenuti negli istituti». Da ricordare che i detenuti morti per Covid avevano patologie pregresse, alcuni di loro avevano fatta istanza per chiedere la detenzione domiciliare. Respinta. Non a caso l’associazione Yairaiha Onlus ha da poco lanciato l’appello su change.org dal titolo “Il diritto alla salute è di tutti, nessuno escluso”. «Chiediamo che si intervenga con un provvedimento immediato di sospensione della pena per tutte le persone detenute ammalate ed anziane ai sensi degli articoli di legge – si legge nell’appello -; chiediamo che il Parlamento vari urgentemente un’amnistia per la rimanente popolazione detenuta, per poi iniziare a pensare un sistema di pene che non calpesti la dignità umana ma dia senso e sostanza a quell’art. 27 della Costituzione troppo spesso dimenticato e calpestato».

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