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Con il “South Working” per favorire il rientro al Sud di giovani talenti

Il progetto di smart working nato nel Mezzogiorno per difendersi dal virus e mettere in rete tutti i soggetti: lavoratori, aziende ed enti pubblici
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“South Working – Lavorare dal Sud”. Si può fare. E vediamo come. Un progetto che un tempo avremmo definito visionario, quello sostenuto dalla Fondazione “Con il Sud”, presentato nel corso di una seguitissima diretta Facebook, e promosso dall’omonima Associazione, fondata e presieduta da Elena Militello. Un progetto di smart working. La pandemia è stata la molla di tutto: per difendersi dal Covid ha costretto aziende e tante categorie di lavoratori a rimodulare l’attività lavorativa da remoto. Ma anche dalla necessità di ritornare di tanti giovani del Sud traferitisi altrove.

La centralità del progetto è il lavoro dal Sud non da soli a casa bensì in coworking, quindi con ampie possibilità di scambi tra persone. South Working ha creato una rete fra tutti i soggetti: lavoratori, aziende ed enti pubblici. Classifica gli spazi per il lavoro agile presenti sul territorio italiano come bar attrezzati, biblioteche, o librerie, per permettere ai South Worker di lavorare da un luogo tecnologicamente adeguato senza privarsi della socialità. «Il progetto ha riscontrato una forte attenzione – ha sottolineato Elena Militello – e rappresenta il segnale di una necessità diffusa e della convinzione condivisa che poter lavorare da dove si desidera, aiuti non solo sé stessi ma anche i territori». I numeri sono già molto significativi, considerando che l’Associazione “South Working”, è nata luglio da un gruppo di giovani professionisti, manager, accademici. Si tratta di oltre 7.300 persone iscritte sulla pagina Facebook, con un pubblico di circa 30.000 contatti ogni mese. Quasi 2.400 si sono iscritte alla comunità peer- to- peer su Facebook per la condivisione di esperienze.

«South Working rappresenta una straordinaria opportunità per lo sviluppo del Mezzogiorno – ha detto Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione “Con il Sud” – che ha una precondizione irrinunciabile: un forte capitale sociale. Il rientro al Sud di giovani talenti, con le loro competenze e la voglia di disegnare il proprio futuro in quei territori, costituisce una formidabile leva di sviluppo. Per questo motivo abbiamo deciso di accompagnare e sostenere questa esperienza: pensiamo che una soluzione imposta dall’emergenza, possa diventare una modalità strutturale di lavoro a distanza. E possa in un futuro diventare un elemento di attrazione anche per giovani talenti non meridionali» . E’ la testimonianza Giulia e Marta, giovani professioniste in digital marketing che lavorano da remoto per l’azienda Marketers, che ha entusiasmato gli ospiti e la platea di Facebook. Entrambe si sono trasferite dalle loro città di origine, Roma e Milano, per vivere a Palermo. «Ci siamo innamorate della città – hanno raccontato – delle sue bellezze storiche, nel corso di una vacanza. Ci è sembrato tutto più facile la vita in questi luoghi, facilità di spostamenti, camminare in un centro storico bellissimo. Insomma abbiamo migliorato la nostra qualità della vita, c’è una dimensione umana di cui entrambe avevamo bisogno».

Gli spazi di coworking diventano presidi di comunità, luoghi di dialogo intergenerazionale, ribadisce Mario Mirabile, vicepresidente dell’associazione luoghi idonei per ricucire le fratture per la mancanza di socialità causata dalla pandemia. «Nuovi spazi pubblici, beni comuni digitali devono essere di accesso a tutti – ha concluso – e la mappatura dei luoghi disponibili consentirà ai lavoratori di scegliere». South Working ha attivato un Osservatorio sul tema, attraverso incontri e ricerche. Il Rapporto Svimez 2020 includerà un Focus su South Working. Significativo l’alto numero di intervistati che hanno risposto che non vivono nella regione in cui vorrebbero vivere adesso ( 58,1%), tra 5 anni ( 60,5%) o tra 10 anni ( 63,2%). Ben l’ 85,3% ha sostenuto che andrebbe a vivere al Sud se potesse mantenere il suo posto di lavoro e lavorare a distanza. E molti di essi sono motivati a ridurre il proprio salario a fronte della scelta di lavorare al Sud.

«Si tratta di riportare attività che producono reddito nelle aree del Sud – ha evidenziato Giorgio Righetti, direttore generale di ACRI – ma soprattutto riportare competenze e capitale umano, generando un vantaggio attrattivo sui propri territori». A giudizio di Carlo Borgomeo l’esperienza di Giulia e Marta conferma l’attrattività del Sud e rivaluta il lavoro agile. Il padre del telelavoro e del “lavoro agile”, è sicuramente il sociologo Domenico De Masi che, sin dal 1993, studia il fenomeno e ne è un convinto sostenitore. «Siamo passati, dai primi giorni di marzo ad oggi, dai 500mila agli 8milioni di lavoratori in smart working. La paura della pandemia ha creato un esperimento di cambiamento organizzativo per un miliardo di persone nel mondo. La storia di Giulia e Marta è emblematica, che dal centro Nord scelgono il Sud».

L’atmosfera, il clima del luogo e l’intelligenza dell’azienda “Marketers” sono fattori determinanti. Si è discusso delle tante luci dello smart working, oggi è una necessità, ma soprattutto della capacità di attrazione dei territori. «Il South working promuove e rivitalizza le zone spopolate – ha aggiunto De Masi – e consente di spalmare la ricchezza in modo più equo, produce vantaggi per l’ambiente». Questa la conclusione: «E’ una bella serata c’è voluto un pipistrello per farcelo capire». La diretta Facebook si è conclusa con i volti sorridenti di Giulia e Marta: «E’ una grande felicità. Bisogna diffondere questo stile di vita – hanno detto – deve essere una modalità di lavoro a cui tutte le aziende devono tendere. A noi l’azienda ha dato molta fiducia».

 

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