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«Tecnologia e tracciamento, così l’Università è diventata sicura»

Intervista al ministro dell’Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi
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«I ragazzi più giovani sono sicuramente il segmento più fragile dal punto di vista formativo. Per questo ci siamo preoccupati di garantire la presenza in aula prioritariamente alle matricole, almeno nelle zone gialle e arancioni». A differenza di quanto accade nelle scuole, gli studenti universitari non sembrano accusare più di tanto l’impatto della didattica a distanza. Almeno in base ai dati in possesso del ministro dell’Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi, convinto che le maggiori premure debbano essere rivolte soprattutto a chi accede in un’aula universitaria per la prima volta. Perché «vive un cambiamento molto radicale e delicato: il primo anno è quello in cui già normalmente si registra il più alto numero d’abbandoni».

Ministro, con gli studenti più “anziani” nessun problema?

Anche per loro l’impatto è forte, ma parliamo di ragazzi più maturi. In base ai questionari che abbiamo distribuito durante la prima fase del lockdown sappiamo che più di due terzi di questi ragazzi ha giudicato la didattica a distanza “soddisfacente” o “molto soddisfacente”. Inoltre, il dato sulla frequenza, sugli esami sostenuti e sulle lauree conseguite non è cambiato.

Quali sono le criticità che hanno spinto il Cts a bandire le lezioni in presenza all’Università?

Non riguardano l’Università in sé. Al ministero c’è una cabina di regia molto attenta per vigilare sui flussi e su eventuali contagi. Le Università hanno sviluppato un sistema di app attraverso cui prenotare il posto in aula e in alcuni casi è possibile sapere esattamente persino con che mezzo di trasporto arrivano i ragazzi. E alla luce di tutto questo posso dire con certezza che la sicurezza sanitaria negli atenei è assoluta: all’interno delle aule non ci sono stati cluster. Ma le università contribuiscono a mobilitare le persone, l’anello debole della catena territoriale. Per questo il Cts ha scelto di evitare le lezioni in presenza.

Ha detto che questa crisi può trasformarsi in «un’opportunità» . In che senso?

Questa crisi ha dimostrato alla società l’importanza dell’Università, basti pensare al sistema della ricerca, strettamente connesso al mondo accademico. Il tema dell’alta formazione e della ricerca è tornato centrale nel dibattito pubblico. La crisi, inoltre, è stata anche l’opportunità per velocizzare la modernizzazione di un sistema molto deficitario sull’uso delle tecnologie.

Le Regioni, intanto, sono sul piede di guerra per la decisione del governo di stabilire chiusure differenziate. C’è chi, come Fontana, lamenta misure troppo severe e chi, come De Luca, misure troppo blande. Sarebbe stato meglio proporre soluzioni omogenee per evitare questo caos?

Non è più il tempo delle soluzioni omogenee, dovremo convivere a lungo col virus. Questo impone una gestione meno semplice dell’emergenza, più complicata, proporzionata alle situazioni di rischio dei diversi territori, per massimizzare l’efficacia degli interventi.

Ma perché stabilire il colore delle Regioni in base ai dati di 10 giorni prima. Temevate che qualcuno potesse barare all’ultimo momento?

No, non è assolutamente questa la motivazione. In realtà la tipologia di questi dati prevede una elaborazione a posteriori, ci vuole qualche giorno per permettere all’Istituto superiore di sanità di sviluppare un’analisi di scenario. La variabilità degli scenari dipende da molti parametri, alcuni di tendenza, che non cambiano da un giorno all’altro. Il processo messo in campo prevede fisiologicamente una distanza temporale tra l’invio dei dati e il responso.

Il governatore Fontana definisce quello di Conte «uno schiaffo in faccia ai lombardi»…

Dobbiamo pensare in primo luogo alla sicurezza sanitaria dei cittadini. Il metodo utilizzato nella classificazione delle Regione non segue alcuna logica politica. Per inciso: nella cabina di regia che elabora i dati siedono i rappresentanti regionali, uno di loro è lombardo.

Secondo alcuni giuristi l’emergenza non giustifica il proliferare di Dpcm, considerati al limite della costituzionalità. La pandemia non consente di agire diversamente?

La mia esperienza, anche in altre emergenze, mi fa dire che la tempestività dell’intervento è fondamentale. Il Dpcm è uno strumento immediatamente esecutivo. Molti oggi criticano il governo per aver spostato di 24 ore l’entrata in vigore del Dpcm e lo fanno perché ritengono, a ragione, che 24 ore in una situazione del genere siano importanti. Noi non possiamo utilizzare strumenti che richiedono giorni per l’approvazione e pensare di gestire così un’emergenza. Sicuramente, però, è importante che le decisioni vengano condivise il più possibile.

A marzo, col decreto Cura Italia, avete reso immediatamente abilitante la laurea in medicina anche per affrontare meglio l’emergenza sanitaria. Obiettivo raggiunto?

Penso proprio di sì. Abbiamo consentito a più di 15 mila medici di poter esercitare la professione. Persone che hanno dato un contributo importante in questa situazione. Molti di loro hanno potuto accedere alle specializzazioni senza attendere l’esame di Stato. E per questo motivo abbiamo presentato un nuovo disegno di legge sulle lauree abilitanti per estendere il modello ad altre lauree, innanzitutto Odontoiatria, Farmacia, Veterinaria e Psicologia. L’inserimento del tirocinio professionalizzante all’interno dell’ordinamento universitario avvicina l’Università al mondo del lavoro e riduce i tempi d’accesso al mercato del lavoro.

Conte ha detto che le prime dosi del vaccino arriveranno a dicembre. Significa che dall’inizio del prossimo anno saremo fuori pericolo?

Non esattamente. Tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio dovrebbe concludersi l’iter d’approvazione dei primi vaccini, che in parte si stanno già producendo. Le prime dosi però arriveranno in numero limitato e serviranno a salvaguardare le categorie più a rischio: personale medico, personale della sicurezza, anziani e così via. Ma per coprire tutta la popolazione probabilmente servirà un anno intero. Sarà comunque l’inizio di una nuova fase, vedremo la luce alla fine del tunnel.

Siamo attrezzati per la distribuzione?

Ci stiamo già lavorando. Per la distribuzione bisognerà tenere conto anche delle caratteristiche specifiche di ogni singolo vaccino: alcuni necessitano di una conservazione a determinate temperature, altri ad altre.

Ma perché quanti vaccini ci saranno in circolazione?

A livello mondiale ci sono già dieci vaccini arrivati alla fase tre della sperimentazione. Visti gli sforzi economici e di ricerca messi in vampo, è probabile che alla fine avremo in circolazione molti vaccini con caratteristiche e, presumibilmente, efficacia differente. Non sarà molto diverso da quanto succede con i vari vaccini per l’influenza.

 

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