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Roberta Calvano: «Il nostro appello per difendere il diritto alla salute»

«Il diritto alla salute è l'unico che la Costituzione definisce fondamentale. Purtroppo poi si è creata la falsa sensazione che ci sia una contrapposizione tra diritto alla salute e la necessità di non interrompere le attività economiche». Parla la professoressa Roberta Calvano, autrice dell'appello sottoscritto da cento scienziati
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Cento professori e scienziati hanno inviato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al premier Giuseppe Conte un appello per chiedere subito di «assumere provvedimenti stringenti e drastici nei prossimi due o tre giorni, onde evitare che i numeri del contagio in Italia arrivino inevitabilmente, in assenza di misure correttive efficaci, nelle prossime tre settimane, a produrre alcune centinaia di decessi al giorno». Tra i firmatari il Rettore della Normale di Pisa, Luigi Ambrosio, Fernando Ferroni, ex presidente Istituto Nazionale Fisica Nucleare, Carlo Doglioni, geologo e presidente Istituto nazionale geofisica e vulcanologia, Alfio Quarteroni, matematico applicato, Enzo Marinari, ordinario di Fisica alla Sapienza, Piero Marcati, prorettore Gran Sasso Institute, Alessandra Celletti astronoma vicepresidente Anvur. Ne parliamo con l’esperta che ha redatto in prima persona l’appello: la professoressa Roberta Calvano, ordinaria di Diritto costituzionale alla Università Unitelma Sapienza.

Professoressa come mai avete deciso di lanciare questo allarme?

L’idea nasce da un articolo a cura di Giorgio Parisi, presidente dell’Accademia dei Lincei, pubblicato due giorni fa sull’Huffingtonpost. Parisi, elaborando alcuni dati relativi alla pandemia da covid 19, ha scritto chiaramente che «se andiamo avanti con lo stesso ritmo di aumento, ovvero se i numeri dei casi continueranno ad adagiarsi sulla stessa retta, fra tre settimane ci troveremo con quasi centomila casi al giorno, cinquecento morti al giorno e con la stessa crisi sanitaria del marzo scorso. Ma ben prima di arrivare a centomila casi al giorno, il sistema sanitario e il tracciamento collasserebbero con conseguenze disastrose». Mi sono molto allarmata leggendo questa previsione e, pur nella mia diversa prospettiva, ossia quella di una costituzionalista e non di una scienziata, ho deciso di redigere questo testo appellandomi alla sensibilità del governo di poter agire tempestivamente. I colleghi hanno firmato immediatamente: le cento firme sono arrivate in un giorno solo e se fossimo andati avanti ancora saremmo arrivati a migliaia di sottoscrizioni. Ma non abbiamo voluto attendere proprio per l’urgenza della situazione e abbiamo scelto 100 firme come cifra simbolica.

Nell’appello leggiamo: «Il necessario contemperamento delle esigenze dell’economia e della tutela dei posti di lavoro con quelle del contenimento della diffusione del contagio deve ora lasciar spazio alla pressante esigenza di salvaguardare il diritto alla salute individuale e collettiva». In questo periodo si è molto parlato di questo bilanciamento tra i due diritti.

Come premessa è importante sottolineare che il diritto alla salute è l’unico che la Costituzione definisce fondamentale. Purtroppo poi si è creata la falsa sensazione che ci sia una contrapposizione tra diritto alla salute e la necessità di non interrompere le attività economiche. In realtà anche queste ultime richiedono il benessere delle persone e l’uscita dalla pandemia in tempi accettabili, che sarebbe probabilmente impossibile se non si interverrà subito in modo deciso, rischiando più avanti un lungo lockdown. L’assetto economico di un Paese si compone di vari elementi: se la salute collettiva venisse messa a dura prova nei prossimi mesi dal perdurare della pandemia ne risentirebbe sicuramente anche l’economia. Noi oggi abbiamo l’occasione anche per salvare l’economia in modo decisivo per le sorti dell’Italia.

Sarà un messaggio difficile da far passare a chi sta già scendendo in piazza per protestare contro le misure restrittive adottate nell’ultimo dpcm.

C’è purtroppo un problema di comunicazione, che definirei spesso isterica, che in alcuni momenti non è stata in grado di far capire con efficacia la realtà della situazione: si è oscillato tra il catastrofismo e la massima rassicurazione. Abbiamo invece bisogno che si comunichi meno e meglio, senza lasciare troppo spazio all’idea che il virus sia una questione di opinioni, altrimenti si rischia di creare confusione nella popolazione: c’è bisogno di messaggi netti, chiari dato l’aggravarsi della situazione. Sono innegabili i numeri sui morti e sulle terapie intensive: alla luce di questo, credo che anche le categorie che in questo momento stanno soffrendo dal punto di vista economico capiranno, nel lungo termine, che proteggere la salute le avvantaggerà anche in termini economici.

Nell’appello suggerite un lockdown generalizzato come quello della scorsa primavera?

No, noi non ci siamo permessi di indicare il lockdown come soluzione. Gli scienziati forniscono i dati, il governo ha in mano la responsabilità politica delle decisioni che vorrà adottare. È indiscutibile l’apporto degli esperti – virologi, epidemiologi, fisici, matematici, etc e del Comitato Tecnico Scientifico- per mettere a disposizione delle istituzioni le loro valutazioni, tuttavia, ribadisco, che la decisione finale spetta alla politica. Quindi il governo può adottare diverse misure prima di arrivare ad un eventuale nuovo lockdown generalizzato; può, ad esempio, potenziare il trasporto pubblico, limitare di più l’orario di apertura e chiusura dei ristoranti e dei bar, o quelle attività in cui si possono verificare più facilmente dei focolai.

Però una cosa è certa: le misure adottate fino ad ora sono troppo blande.

Da quello che ci dicono i numeri, sì. Il problema è che noi riusciamo a vedere l’effetto delle misure adottate dopo quindici giorni dalla loro emanazione: pertanto, per un principio di precauzione che è imprescindibile in ambito scientifico, noi non possiamo assumerci il rischio di attendere due settimane per prendere nuove decisioni, data la situazione attuale.

 

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