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Il rompicapo di tutti gli scienziati: quanto dura l’immunità dal Covid-19?

Sono cinque al momento i casi confermati di seconda infezione in tutto il mondo: uno negli Stati Uniti è documentato dalla rivista Lancet
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Gli scienziati di tutto il mondo sono ancora alle prese con la spinosa questione del coronavirus e dell’immunità. Tutti diventano immuni? Anche persone con sintomi molto lievi? Quanto dura la protezione? Queste sono domande molto importanti per capire come il virus ci influenzerà a lungo termine e potrebbero avere implicazioni sulla ricerca di vaccini ma anche su strategie come, ad esempio, la contestata immunità di gregge. Finora però la reinfezione sembra essere rara: ci sono stati solo pochi esempi persone che si sono ammalate più volte, su oltre 37 milioni di casi confermati. Segnalazioni da Hong Kong, Belgio e Paesi Bassi indicano che le nuove infezioni erano meno gravi delle prime. Mentre un paziente in Ecuador è stato peggio la seconda volta, proprio come il caso statunitense di un 25enne del Nevada contagiato due volte e documentato dalla rivista scientifica The Lancet: le due rilevazioni di positività del paziente si sono verificate a sei settimane di distanza, e la seconda si è rivelata molto più grave della prima.

Per ora sono cinque i casi documentati di seconda infezione in tutto il mondo, secondo quanto riporta The Guardian. Il sesto, se confermato, potrebbe riguardare una donna di 89 anni in cura per una rara forma di tumore alle cellule del sangue, morta ieri in Olanda. Sarebbe la prima volta che la seconda infezione risulta fatale. I Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie attualmente sostengono che chi è guarito dal Covid-19 generalmente sembra essere immune per tre mesi, ma il caso appena documentato in Nevada smentisce la tesi. Un gruppo di ricercatori della Harvard Medical School e del Massachusetts General Hospital ha scoperto invece che i livelli di anticorpi sono rimasti alti nei pazienti ricoverati per Covid-19 per un massimo di 4 mesi. Inoltre, questi anticorpi erano collegati ai cosiddetti «neutralizzanti», cioè ad anticorpi che uccidono il virus e che gli impediscono di reinfettare l’organismo. Questi risultati, pubblicati sulla rivista Science Immunology, aggiungono evidenze sull’utilità di misurare i livelli di anticorpi come strumento per valutare la diffusione di Covid-19 all’interno di una comunità. Gli scienziati sanno da molto tempo che il sistema immunitario produce anticorpi dopo esser stato infettato dal coronavirus. Tuttavia, «esiste un grande divario di conoscenza in termini di quanto durano queste risposte anticorpali», afferma l’autore principale dello studio, Richelle Charles, ricercatore presso la divisione malattie infettive del Massachusetts General Hospital.

Per lo studio i ricercatori hanno esaminato campioni di sangue di 343 pazienti con Covid-19. La maggior parte dei pazienti aveva sviluppato una forma grave dell’infezione, tanto che il 93 per cento del campione è stato ricoverato in ospedale. I campioni di sangue sono stati prelevati fino a quattro mesi dopo che i pazienti hanno iniziato a manifestare sintomi come tosse, febbre e difficoltà respiratorie.  I ricercatori hanno separato il plasma dal sangue e lo hanno messo in contatto con il recettore utilizzato dal virus per entrare e infettare le cellule. Successivamente, i ricercatori hanno esaminato il modo in cui diversi tipi di anticorpi nel plasma si legavano al recettore. Uno degli anticorpi, l’immunoglobulina G (IgG), è una proteina che l’organismo produce nelle ultime fasi dell’infezione. I livelli di IgG sono rimasti alti dopo quattro mesi e sono stati associati anticorpi neutralizzanti protettivi che sono stati trovati anche nel sangue. «Questo significa che molto probabilmente le persone sono protette per quel periodo di tempo. Abbiamo dimostrato che le risposte anticorpali chiave a Covid-19 persistono», dice Charles.

Il team ha anche scoperto che altri anticorpi, in particolare l’immunoglobulina A (IgA) e l’immunoglobulina M (IgM), avevano risposte relativamente di breve durata. I risultati hanno mostrato che sono rimasti a livelli bassi e in media per non più di due mesi e mezzo. Secondo i ricercatori, questi due anticorpi sono tipicamente prodotti dal corpo pochi giorni dopo l’infezione e non sono noti per durare a lungo. «Possiamo dire ora che se un paziente ha risposte IgA e IgM, probabilmente è stato infettato dal virus negli ultimi due mesi», dice Charles. Sapere per quanto tempo durano le risposte immunitarie, in particolare IgA e IgM, potrebbe aiutare gli esperti di salute pubblica a rintracciare il virus in modo più accurato. «Ci sono molte infezioni nella comunità che non rileviamo attraverso i test durante l’infezione acuta, e questo è particolarmente vero nelle aree in cui l’accesso ai test è limitato», dice Jason Harris, altro autore dello studio e specialista in malattie infettive pediatriche presso Massachusetts General Hospital.

 

Il caso negli Stati Uniti

Un uomo del Nevada, negli Stati Uniti, ha contratto il coronavirus due volte, e la seconda infezione si è rivelata molto più pericolosa della prima. Oltretutto si tratta di un uomo giovane, che non aveva precedenti problemi di salute, come precisano i sanitari descrivendo il suo caso. Nonostante ciò, il ragazzo di 25 anni ha avuto bisogno di cure ospedaliere, dal momento che i suoi polmoni non riuscivano a ossigenare l’organismo. Ora il paziente sta meglio, ma lo studio su “Lancet Infectious Diseases” solleva nuovi interrogativi sull’immunità sviluppata dopo un’infezione. L’uomo, precisano i medici, non aveva problemi di salute noti o difetti immunitari che lo avrebbero reso particolarmente vulnerabile a Covid-19. I primi sintomi si sono manifestati il 25 marzo scorso, e il primo tampone positivo risale al 18 aprile. Dal 27 aprile il paziente non aveva più sintomi e il 9 e poi il 26 maggio risulta negativo ai test, ma il 28 maggio si ripresentano i sintomi. Così il 5 giugno il giovane risulta positivo per la seconda volta ed è ipossico. Secondo i medici il paziente ha contratto il coronavirus due volte: a dirlo è il confronto dei codici genetici del virus da prelievi effettuati mentre il paziente era sintomatico. Le sequenze erano troppo diverse per essere causate dalla stessa infezione. L’uomo, precisano i medici, non aveva problemi di salute noti o difetti immunitari che lo avrebbero reso particolarmente vulnerabile a Covid-19. I primi sintomi si sono manifestati il 25 marzo scorso, e il primo tampone positivo risale al 18 aprile. Dal 27 aprile il paziente non aveva più sintomi e il 9 e poi il 26 maggio risulta negativo ai test, ma il 28 maggio si ripresentano i sintomi. Così il 5 giugno il giovane risulta positivo per la seconda volta ed è ipossico. Secondo i medici il paziente ha contratto il coronavirus due volte: a dirlo è il confronto dei codici genetici del virus da prelievi effettuati mentre il paziente era sintomatico. Le sequenze erano troppo diverse per essere causate dalla stessa infezione. «I nostri risultati segnalano che una prima infezione potrebbe non proteggere necessariamente da futuri contagi», commenta Mark Pandori, dell’Università del Nevada. «La possibilità di reinfezioni potrebbe avere implicazioni significative per la nostra comprensione dell’immunità Covid-19». Insomma, alla luce di questo caso, secondo Pandori, anche le persone che sono guarite da Covid dovrebbero continuare a seguire le linee guida relative al distanziamento sociale, alle mascherine per il viso e al lavaggio delle mani.

 

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