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«Noi penalisti i primi ad aprire il caso Davigo: ancora si discute?»

Intervista a Giorgio Varano, responsabile Comunicazione dell’Unione Camere penali
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«Francesco Cossiga mandò i carabinieri al Csm. Sergio Mattarella chi manderà? Gli ispettori dell’Inps?». L’avvocato Giorgio Varano, responsabile Comunicazione dell’Unione Camere penali, esordisce con una battuta sul “caso Davigo”. L’ex pm di Mani pulite, consigliere del Csm dal settembre 2018 e leader della corrente “Autonomia e indipendenza”, il prossimo 20 ottobre compirà 70 anni, età massima per il trattenimento in servizio dei magistrati. Dal giorno successivo, per legge, deve essere collocato a riposo. Alcuni commentatori, però, hanno affermato che Davigo possa rimanere al Csm anche da pensionato.

Avvocato Varano, l’Unione Camere penali aveva affrontato il caso mesi fa: eravate stati i primi?

Sì. Prima che il “caso Davigo” esplodesse sui giornali, lo scorso aprile su “Diritto di difesa”, la rivista delle Camere penali, con il collega Rinaldo Romanelli si è discusso del tema del consigliere togato che andava in pensione durante la consiliatura del Csm.

Con quali conclusioni?

Molto semplici. L’esercizio delle funzioni giudiziarie è da considerarsi requisito indispensabile per la permanenza nella carica del componente togato del Csm.

I fautori della permanenza di Davigo sostengono, invece, che il mandato di consigliere debba comunque durare quattro anni.

Ma non significa nulla. Ricordo che esiste una sentenza molta chiara, sul punto, del Consiglio di Stato.

La legge, aggiungono sempre i “pro- permanenza”, non è mai intervenuta a chiarire la questione.

Le legge non è intervenuta per il semplice fatto che è fin troppo evidente che un magistrato pensionato non possa rimanere al Csm.

E poi c’è la questione del “disciplinare”…

Il magistrato pensionato sarebbe immune.

Faccio io un esempio: se i cinque consiglieri del Csm, poi dimessisi, che a maggio del 2019 incontrarono Luca Palamara e Cosimo Ferri all’hotel Champagne fossero poco dopo andati in pensione, cosa sarebbe successo?

Probabilmente nulla.

Perché dimettersi? Per timore di un procedimento disciplinare che non poteva essere aperto?

Infatti.

Ma perché, allora, tutte queste discussioni?

Il “caso Davigo” è indicativo della concezione che ha il Csm della propria funzione, ed è estremamente più grave del caso Palamara.

Addirittura?

È tutto molto chiaro e non bisogna girarci tanto intorno. Il “caso Davigo” nasce perché se va via c’è un cambiamento dei rapporti di forza al Csm. Adesso c’è una maggioranza che si regge sull’alleanza fra la corrente di Davigo e il cartello progressista Area. Se esce Davigo entra Carmelo Celentano, un magistrato di Unicost. E se dovesse entrare anche Pasquale Grasso, toga di Magistratura indipendente, al posto del dimissionario Marco Mancinetti, gli equilibri cambierebbero

Insomma, quando si parla di magistrati al Csm ci sono sempre di mezzo le correnti.

Cos’è il Csm? Devono dircelo loro. È un luogo dove le correnti hanno una propria rappresentanza, e che non si può toccare, o è l’organo di governo autonomo della magistratura, le cui decisioni incidono sul funzionamento del sistema giustizia?Ripeto, mi pare incredibile che si perdano giornate intere, la prossima settimana sono in programma tre plenum, per decidere se un magistrato pensionato possa rimanere al Csm. Con tutto quello che sta accadendo in Italia e nella magistratura.

Sulla permanenza di Davigo è stato chiesto un parere all’Avvocatura dello Stato.

Su questa vicenda vorrei fare un riflessione.

Prego.

Il Csm dicono sia una “casa di vetro”, dove tutto è trasparente. A maggior ragione dopo i fatti dell’hotel Champagne. Qui di trasparente c’è ben poco.

Si riferisce al segreto imposto sul parere?

Mi scusi, ma il parere dell’Avvocatura è il Segreto di Fatima? Se non è il Segreto di Fatima avrebbe dovuto essere immediatamente pubblicato sul sito del Csm. È un tema d’interesse pubblico, come tutto ciò che incide sull’amministrazione della giustizia.

A proposito di amministrazione della giustizia: sul blocca- prescrizione, governo e Parlamento non sembrano disposti a fare marcia indietro.

Guardi, su questo argomento penso sia necessario tornare a quando venne approvata la norma sulla prescrizione entrata in vigore a gennaio: si precisò che un’immediatamente successiva Riforma della giustizia avrebbe velocizzato i tempi dei processi.

Stiamo aspettando questa Riforma acceleratoria da un anno e mezzo.

Qual è la situazione nei tribunali?

Il carico dei processi non solo non si è risolto ma è stato enormemente aggravato dal Covid. In questi mesi di lockdown ci sono stati decine di migliaia di processi rinviati. Processi che dovranno essere affrontati e che sono andati ad incidere su ruoli già ingolfati.

E come se ne esce?

Serve una riflessione organica. Ora tutto è affidato alle singole Procure. Sono i procuratori a decidere quali processi portare avanti e quali no.

Si riferisce ai criteri di “priorità”?

Esatto: una scelta di necessità, visto il carico, ma anche una scelta politica.

Che dovrebbe fare il governo?

Deve decidere chi viene eletto, non un pubblico funzionario nominato dal Csm e poi magari, dopo un anno, rimosso dal Tar. Col rischio che chi arriva al suo posto cambi tutto.

 

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