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«Insultati perché difendiamo l’omicida reo confesso di Lecce». Intervista all’avvocato di Antonio De Marco

Andrea Starace: «Secondo queste persone noi difensori ci marchiamo del grave reato di difendere questo imputato»
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Dopo gli attacchi agli avvocati dei presunti assassini di Willy Montero, ora ad essere nel mirino dei leoni da tastiera sono Andrea Starace e Giovanni Bellisario, i legali di Antonio De Marco, reo confesso del duplice omicidio di Eleonora Manta e Daniele De Santis. Ai due difensori è giunta la solidarietà del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Lecce per cui è «inaccettabile l’idea che l’avvocato possa essere considerato sodale del proprio cliente».

Avvocato Starace, che insulti avete ricevuto?

Si tratta di commenti pesantemente offensivi apparsi sotto le notizie di stampa che hanno trattato la vicenda. Secondo queste persone noi difensori ci marchiamo del grave reato di difendere questo imputato. Ci scrivono messaggi del genere: «Anche l’avvocato dovrebbe andare in carcere», «non vi vergognate a difenderlo», «se le vittime fossero stati i vostri figli vi sareste comportati allo stesso modo?».

Quindi la solita equiparazione dell’avvocato con il proprio assistito?

Esatto. Purtroppo è un fenomeno sempre più diffuso e per questo ancora più inaccettabile. Nell’opinione pubblica sta prendendo sempre più piede questa errata sovrapposizione. Invece ci sono tre aspetti fondamentali che rendono indispensabile l’attività del difensore e che vanno considerati: egli svolge una funzione irrinunciabile ed essenziale in qualsiasi Stato di Diritto e, peraltro, la difesa è un diritto costituzionalmente garantito; la presenza del difensore dell’indagato è una garanzia anche per le vittime, senza di lui il processo non si farebbe e ciò frustrerebbe le istanze delle vittime di condanna del responsabile; il compito dell’avvocato è garantire il rispetto delle regole e delle garanzie del giusto processo e, in caso di condanna, che il Giudice irroghi una pena legale, che soddisfi i criteri ed i requisiti dell’art. 27 Cost. Chiunque può trovarsi ad essere indagato.

Insieme agli avvocati, anche i giudici sono spesso presi di mira quando emettono una sentenza impopolare.

Chi si discosta dall’opinione di questi leoni da tastiera ovviamente subisce la gogna mediatica. Vale per tutti, avvocati, magistrati, consulenti.

Secondo lei, è già iniziato un processo parallelo per il vostro cliente?

Io trovo inquietante che la sera stessa dell’arresto, prima ancora che il mio assistito fosse interrogato e confessasse, c’era gente che già in televisione tracciava un profilo psichiatrico del soggetto sulla base del nulla. La sede naturale di queste discussioni è un’aula di Tribunale, non un bar o un salotto televisivo. Il collega Bellisario ed io abbiamo fatto una scelta precisa, ossia quella di cortesia nel rispondere alle domande dei giornalisti, ma contemporaneamente di totale chiusura ad affrontare il processo in sede mediatica. Aggiungo che da parte nostra non è mai uscito e mai uscirà alcun atto che riguarda il processo.

Però ampi stralci dell’interrogatorio di garanzia sono stati pubblicati.

Non sono usciti da noi difensori. E lo rivendico con orgoglio. Addirittura noi difensori ancora non abbiamo copia dell’interrogatorio di garanzia che forse riceveremo lunedì. I giornali già lo hanno. Con questa distorsione si permette ai forcaioli di manipolare una parte dell’opinione pubblica. Ho fiducia, però, che i magistrati non si lascino condizionare.

Si tratta comunque di una situazione molto delicata.

Certo. Premesso il massimo rispetto per il dolore delle famiglie delle due vittime, che solo loro possono realmente provare e comprendere, ritengo di poter affermare che questa vicenda ha fortemente destabilizzato anche la famiglia di Antonio De Marco.

De Marco ha già incontrato la sorella, adesso toccherà alla madre.

Presto i genitori lo incontreranno. La famiglia non lo ha abbandonato. Ma la madre ha comunque sentito il bisogno di scrivere una lettera ai genitori di Eleonora e Daniele in cui non ha inteso affatto giustificare il gesto del figlio, ma solo chiedere scusa per quello che ha fatto. Credo che l’opinione pubblica abbia compreso che l’azione del ragazzo nulla abbia a che vedere con la sua famiglia d’origine.

Il suo cliente rischia il fine pena mai.

Certo, stiamo parlando di un reo confesso che ha commesso un gravissimo atto, ma ricordiamoci sempre qual è la funzione della pena, quella di rieducare. Si tratta di un ragazzo con forti problematiche che comunque va aiutato psicologicamente, al di là di quello che dirà la perizia psichiatrica sulla capacità di intendere e di volere. Sicuramente era una persona sola, senza amici e senza fidanzata, taciturna ed introversa, che covava un forte disagio interiore. Nel corso della sua vita pregressa non aveva dato alcun segnale esteriore che potesse far immaginare la commissione del reato in contestazione. Ancora oggi è molto confuso, quasi scioccato, però ora ha acquisito consapevolezza della gravità di quello che ha fatto e anche di quello che lo aspetta.

 

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