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Fabio Pisano: «”A freva” s’ispira a Camus. Mi isolo perché la contemporaneità mi svia»

Fabio Pisano, 34 anni, autore e drammaturgo, porta in scena "A’ Freva. La festa al Rione Sanità", testo scritto con Mario Gelardi, che trae ispirazione dalla Peste di Camus.
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Fabio Pisano, 34 anni, autore e drammaturgo, vanta già numerosi riconoscimenti per i suoi testi teatrali, tra cui il Premio Hystrio Scritture di Scena 2019, il Premio InediTO – Colline di Torino, solo per citarne alcuni. Alla Primavera dei Teatri di Castrovillari con un nuovo lavoro “A. D. E- A. lcesti D. i E. uripide, poi l’attesa anteprima della Stagione del Teatro Stabile di Napoli, il 13 ottobre, nella Basilica di Santa Maria della Sanità, di A’ Freva. La festa al Rione Sanità, testo scritto con Mario Gelardi, che trae ispirazione dalla Peste di Camus.

È identificabile la sua scrittura nel testo?

Paradossalmente, credo che la parte più identificabile sia proprio il continuo e costante cambio di forma; la forma è per me una ricerca costante, e gli ultimi testi che ho scritto, hanno pochissimi elementi in comune, tra loro. Se dovessi identificare un elemento in particolare, parlerei di una “voce”, che è sempre sul crinale. Una voce che sembra didascalia ma non è, che è lirica ma non poetica, una voce che è altro, rispetto ad un personaggio, che è diverso rispetto al coro delle antiche tragedie.

Molti suoi progetti trovano luce nonostante la difficile situazione in cui versa il teatro…

È vero. Il periodo di pandemia e i giorni che viviamo sono giorni molto intensi per me, sia da un punto di vista drammaturgico, sia per il lavoro con la mia compagnia; spesso, quasi sempre, le due cose si sovrappongono, chiaramente. Ma è un periodo particolarmente felice. E prima di scrivere questa frase, ci ho pensato su. Perché in questi mesi, la felicità è un miraggio molto, molto perturbante.

Il testo Hospes- iItis, vincitore del Premio Hystrio Scritture di Scena 2019, presto sarà messo in scena per il Teatro Stabile di Napoli: una gran bella soddisfazione? Intanto lo ha presentato all’ex Mattatoio di Roma in forma di lettura…

Hospes è un testo che sta vivendo una vita folgorante. Dopo il premio, ha suscitato molto interesse; in particolare Tindaro Granata se n’è innamorato e l’ha voluto fortemente nella sezione “anni luce” del Romaeuropa Festival. Il Mercadante è da un po’ di mesi che ci lavora, per una possibile messa in scena. Una soddisfazione. Vera. E la scelta di Davide Iodice è bellissima e coraggiosa. Davide è un vero Maestro. Ci siamo conosciuti da poco, eppure siamo molto legati.

Quanto è difficile la scrittura drammaturgica in questo strano periodo? Molti sostengono che sia anche fonte di ispirazione. Incide di più la realtà o anche la lettura e la frequentazione dei grandi maestri e classici del teatro? Che significato ha parlare oggi di drammaturgia contemporanea?

Io cerco di isolarmi; la contemporaneità stretta per me è un problema; viverla non ti fa mettere a fuoco in modo giusto e ponderato quel che rappresenta ( o come può essere, rappresentata). Quindi mi isolo, ho molte storie nel cervello, nella memoria. Aspetto sempre di trovare, di scovare la forma. Il periodo di chiusura per me è stato molto utile soprattutto per lo studio. Leggo molto; drammaturgia contemporanea europea e non solo. Mi ispira. È importante sapere in questo esile segmento della letteratura, cosa accade. In realtà per me l’aggettivo “contemporaneo” non ha grosso senso. Io sono contemporaneo solo perché sono ancora vivo. E parlare di drammaturgia “contemporanea” oggi è quasi un problema; si ha timore a definirsi tale, perché si rischia di non suscitare interesse. Soprattutto economico. Su di me incide più la cosiddetta “realtà ispiratrice”, vale a dire ciò che vedo, ciò che la mia mente filtra rispetto a quel che mi accade intorno. E in molti casi, risulta un semplice pretesto. Si racconta sempre altro, oltre a una “fabula”; in un testo; per questo credo che la drammaturgia meriterebbe più attenzione, in quanto genere letterario.

Ci sono stati incontri particolari che hanno segnato il suo percorso e di conseguenza influenzato la scrittura?

Sicuramente personalità quali Mark Ravenhill e Martin Crimp hanno segnato una svolta importante; ero giovane, mi hanno fatto conoscere l’Europa, attraverso le loro parole, i loro testi; restando in Italia, invece, Davide Carnevali e Letizia Russo hanno rappresentato un incontro felice. La mia scrittura è stata segnata però tanto da Euripide, da Harold Pinter, da Caryl Churchill. Mentre un incontro mancato ma decisivo, è stato quello con Antonio Neiwiller, per il quale vivo l’enorme rimpianto della morte precoce.

A 34 anni è un giovane drammaturgo, già con un accumulo esperienza significativa, autore di testi che hanno debuttato in molti importanti teatri. Quanto conta in questo mestiere la tenacia, il contesto sociale e formativo, l’occasione giusta?

La tenacia è tutto. E per questo, che trentaquattro anni non fanno di me un giovane. Perché per un drammaturgo, ogni anno vale qualcosa in più; il contesto sociale e formativo sono importanti, ma quelli vanno curati, bisogna prendersi cura di ciò che ci circonda, e in questo, il mio quartiere natìo mi ha insegnato tanto; sono grato a Secondigliano, per tutto ciò che mi ha insegnato. L’occasione giusta – beh quello è l’inciampo nel lungo canale della tenacia. Un inciampo a volte, decisivo.

Insieme agli attori Francesca Borriero e Roberto Ingenito, nel 2007, avete dato vita a Liberaimago che si occupa di produzione teatrale e di eventi culturali, l’essere precoci ha i suoi vantaggi?

La compagnia è la parte migliore di tutto questo. In realtà siamo nati – noi tre – qualche anno dopo. Ma siamo stati precoci e testardi. Francesca e Roberto sono parte integrante di ciò che sono e di ciò che faccio. Francesca poi è la mia compagna di vita, oltre che di “scena”; e questa è la parte più bella.

E quanto conta avere teatri o portare il teatro in periferia? Le esperienze del TAN, del NEST, di NtS’, teatri di riferimento per quartieri difficili ma anche di produzione culturale.

Conta tantissimo. Sono dei veri e propri avamposti; lavorano e vivono su campi di battaglia. Campi che spesso ti abbattono, che ti scorano. Ed è qui, che la tenacia fa la differenza. Mai sottovalutare una serata al TAN, o al NtS’( che non è periferia, ma è un posto di sicuro particolare), al NEST. Potrebbero regalare molto più di uno spettacolo.

Prossimamente sarà ancora in due teatri con “Celeste” al Teatro Bellini e successivamente alla Sala Assoli di Napoli. Insomma una grande visibilità per i suoi testi. Cosa si augura per il futuro?

Diciamo che in futuro mi auguro di rispondere alla sua domanda “cosa ti auguri per il futuro?”.

La vita folgorante di “Hospes- Itis”

 

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