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«Questa riforma del Csm certifica lo strapotere dei pm»

Fiammetta Modena (FI): «Tanti fondi ma riforma a costo zero: così la Giustizia non cambia»
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«I progetti del Recovery Fund hanno un difetto: non si focalizzano sui problemi fondamentali». È questo il parere di Fiammetta Modena, avvocato, senatrice di Forza Italia e membro della Commissione Giustizia, che in questi giorni sta analizzando il piano da presentare in Europa proprio sul tema della Giustizia. Un piano lacunoso, per la senatrice, che contesta una riforma del Csm inefficace, rispetto agli obiettivi, e una del processo praticamente a costo zero.

Senatrice, come giudica il piano per la Giustizia?

Non ci si occupa abbastanza di personale, sia per quanto riguarda il numero di magistrati sia di funzionari tecnici, questione fondamentale per il funzionamento dei processi e per migliorare in efficienza la macchina, di attrezzature per gli uffici, dalla manutenzione spicciola alla cosiddetta digitalizzazione e la terza questione riguarda il supporto digitale. Perché lo smart working non ha funzionato in molti fori? Perché i cancellieri non avevano accesso ai registri.

La riforma del Csm curerà le degenerazioni?

Abbiamo seri dubbi, per come è stata preannunciata. Riteniamo che le idee messe in campo portino ad una sorta di “strapotere” certificato dei pm, senza rimuovere il pericolo del carrierismo. E ciò a causa di un sistema elettorale che, connesso alla mancata separazione delle carriere, prevede un voto che non fa distinzione tra giudicanti e requirenti. In questo modo i pubblici ministeri avranno maggiore visibilità e maggior peso nel Csm. Invece dovrebbe essere prevalente la presenza della magistratura giudicante, visto che poi è il punto cardine dello stesso funzionamento del Consiglio.

Come eviterebbe il rischio di carrierismo?

Si dovrebbe andare ad incidere soprattutto sui criteri che riguardano non tanto la quantità del lavoro che viene fatto, ma sulla qualità, valutando, ad esempio, il numero di sentenze confermate. La Ue ha evidenziato in tal senso che nel 50% dei casi le sentenze di primo grado vengono ribaltate. E poi andrebbero valutate anche la capacità di rispettare i calendari dei processi e le custodie cautelari che si rivelano illegittime. Ci si concentra talmente tanto sui numeri da non considerare come effettivamente siano fatti i provvedimenti. Tanti magistrati non fanno carriera, eppure la qualità del loro lavoro è eccellente.

Si riferisce alle mille ingiuste detenzioni calcolate, in media, ogni anno?

Non solo, anche all’elevato risarcimento che ne consegue. Ma non vengono considerate, perché l’attenzione si concentra spasmodicamente sul concetto di “far marcire in galera”. Non interessa l’esito dell’inchiesta, né la funzione del carcere. Interessa solo che quella persona sia in carcere, poi poco importa come ci stia, né se sia giusto, né per quanto ci rimanga. È una deriva che qualcuno chiama giustizialista, io direi tribale, medievale. Ma interessa solo agli operatori del diritto.

Il presidente emerito della Consulta Flick critica, rispetto al Recovery Plan, una visione carcerocentrica. È effettivamente così?

Sì, basti pensare che la riforma dei processi è l’ennesima riforma a costo zero. E ciò senza calcolare fondi per aggredire l’arretrato o migliorare i procedimenti. Certo, sono previsti fondi per i tirocini, per una task force che valuti l’attuazione delle misure processuali complementari. Si tratta di vecchi progetti recuperati dai cassetti, il che ci fa pensare che non ci sia l’attenzione necessaria, perché l’efficienza del processo riguarda mezzi, strumenti, persone. Ci sono fondi per l’edilizia carceraria, per i centri per minori, anche notevoli – questo anche perché l’Ue ci bacchetta spesso per il sovraffollamento -, però rischiano di essere interventi spezzettati che potrebbero portare a risultati deludenti. Lo stesso vale anche per l’edilizia giudiziaria. E le idee sembrano meno chiare per quello che serve effettivamente al processo.

Quali sono i vostri suggerimenti?

Abbiamo suggerito di valutare l’esito delle precedenti riforme, applicando davvero e meglio gli strumenti che già ci sono. Ci sono diverse questioni da risolvere, soprattutto l’arretrato. Faccio un esempio: c’è stato un aumento esponenziale dei procedimenti per la protezione internazionale. Siamo passati dai 3.580 del 2014 ai 94mila nel 2019. Questo comporta un affaticamento per i tribunali, che hanno anche altri carichi di lavoro. Prima di fare delle riforme, che poi magari non vanno neanche a buon fine – si pensi ad esempio al fallimento di quella sul diritto societario -, dovremmo aumentare il numero dei magistrati. Cosa che è stata fatta in pianta organica, ma poi bisogna assumerli. Senza contare che ci sono 200 magistrati fuori ruolo da recuperare. Inoltre vorremmo che questi fondi venissero utilizzati anche per chiudere l’annosa partita dei giudici onorari, sui quali non mi sembra ci sia un’attenzione particolare.

Riusciremo a vincere la partita del Recovery?

Credo che per noi sia una questione di vita o di morte. È una liquidità che non avremo più, a queste condizioni. E si tratta di andare ad impegnarci su problemi che da tempo immemorabile affliggono questo paese. Noi, come opposizione, siamo attenti, e le nostre critiche non sono strumentali: c’è un’attenta preoccupazione affinché questi soldi vengano spesi bene, perché è un problema per l’intero Paese.

 

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