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«I social paiono tribunali: ma la gogna mediatica ti uccideva anche prima»

Intervista allo scrittore e avvocato Michele Navarra che parla del suo ultimo libro: "Solo Dio è innocente"
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«Si chiese, per l’ennesima volta in vita sua, che senso avesse continuare a esibirsi su quello sgangherato e traballante palco- osceno che era ormai diventata la sua professione, che senso avesse il processo penale, in cosa consistesse la giustizia e quali fossero le differenze – perché ce n’erano, eccome – con la legge, che senso avesse la stessa esistenza dell’uomo e quale significato potesse essere attribuito a certi fatti, a certi comportamenti, a certe tragedie, alla morte di un ragazzino, alla vita di un assassino, chiunque fosse e qualunque fosse il motivo che ne aveva armato la mano». Riflette, Alessandro Gordiani, senza riuscire a frenare quel rovello interiore che da sempre lo tormenta.

Protagonista del nuovo romanzo di Michele Navarra, Solo Dio è innocente ( Fazi Editore), l’avvocato romano viene chiamato nella Sardegna profonda a difendere Mario Serra, una lunga scia di sangue e vendetta alle spalle, principale sospettato dell’omicidio a sangue freddo di un quindicenne. Scrittore e avvocato penalista dal 1992 – nel corso della sua lunga carriera ha potuto seguire alcuni tra i casi più controversi della storia italiana, dalla strage di Ustica alla banda della Uno bianca: «Il processo penale italiano è assolutamente avvincente e anche spettacolare, basta essere capaci di rappresentare, con il giusto grado di tensione narrativa, ciò che avviene nelle aule giudiziarie».

Lei e il protagonista del suo nuovo romanzo, Alessandro Gordiani, siete accomunati dalla medesima professione, ovvero quella di avvocato. Condivide i dubbi e le considerazioni che esprime il suo personaggio?

Quando – una decina di anni fa – ho cominciato a scrivere, era molto più facile imprimere sulla carta i sentimenti e le sensazioni del personaggio: mi basavo su quello che provavo in prima persona. Mi sono tuttavia reso conto che, con il tempo e con il procedere della scrittura – questo è il mio sesto romanzo –, il personaggio si affrancava, diventando qualcosa di diverso da me, o, meglio, un me aspirazionale: non era più tanto Alessandro Gordiani che mi somigliava quanto io che avrei voluto somigliare a lui. Condivido molti dei dubbi di Alessandro; si tratta di un avvocato di carta, ed è quindi molto più facile per lui prendere decisioni che nella pratica quotidiana, ci vengono impedite. I modi di pensare possono essere coincidenti o leggermente divergenti, ma nella sostanza Alessandro Gordiani non penserà mai qualcosa di diametralmente opposto rispetto a me.

Altra grande protagonista del libro è la Sardegna. Sono presenti anche riferimenti al codice barbaricino…

A mio avviso, oggi il codice barbaricino non esiste più. Le regole su cui si fonda sono tramandate oralmente di generazione in generazione; negli anni Cinquanta un grande giurista e filosofo come Antonio Pigliaru ha provato a metterle per iscritto, dopo importanti ricerche a carattere socio- antropologico effettuate sul campo. Si tratta, volendo riassumere in maniera superficiale, di una sorta di legge del taglione, pur con normespecifiche. All’inizio della mia attività professionale mi sono imbattuto in episodi di questo tipo. In quanto alla Sardegna, devo confessare che la conosco molto bene.. Sono stato accudito fin da piccolo da – per usare una parola ormai desueta – una tata sarda, per la quale provo un affetto smisurato, mentre mia suocera è di Fonni, che fa da cornice al racconto. Ho potuto visitare di persona i luoghi, i murales, i ristoranti. La Sardegna, contrapposta a Roma, così strutturata e al contempo caotica, emana un fascino intenso, selvaggio.

«Dicevano tutti così gli imputati: sempre innocenti a dar retta a loro» : quanto può essere determinante il pregiudizio in casi del genere?

Dipende dalla sensibilità individuale. Per l’imputato, l’avvocato rappresenta sempre il primo banco di prova per testare la propria versione. Non sappiamo mai se la persona che abbiamo davanti sia colpevole o innocente, non ci viene mai detto, ad eccezione di casi eclatanti. Per esperienza so che molte volte gli assistiti mentono. Ciò nonostante, si cerca sempre di tarare la veridicità di quanto ci viene detto, anche per impostare una difesa efficace. A volte diventa necessario convincere l’imputato a seguire una linea difensiva piuttosto che un’altra. Si ha nelle mani la vita di una persona, e non si può sapere a priori se la strategia che si sta intraprendendo sia vincente. Il pregiudizio c’è e ci deve essere: se non ci si ponesse in maniera critica di fronte al proprio assistito si diventerebbe semplicemente i suoi portavoce. Bisogna quindi sempre valutarne le parole; dopo, ogni avvocato segue una propria linea. È indubbio che, in un ordinamento civile e democratico, tutti abbiano diritto a una difesa, poi sta alla sensibilità individuale come affrontare i diversi casi.

Cosa ne pensa del fenomeno del naming and shaming?

È qualcosa che, anche se in altro modo, è sempre esistito, fin dai tempi del Dopoguerra, quando la gente si assiepava fuori dalle Corti d’Assise per assistere ai processi ed emettere già un giudizio di colpevolezza, anche senza bisogno dei social. Ancora oggi, a Roma, se qualcuno osserva in una certa maniera una ragazzina, circola la battuta: «Ma chi sei, Girolimoni?», citando un uomo ingiustamente accusato di essere un pedofilo assassino, autore di cinque omicidi irrisolti, e, in seguito, completamente assolto. A distanza di tanti anni ricordiamo a sproposito il cognome di una persona innocente per indicare un mostro. Si potrebbe fare l’esempio del portiere Pietrino Vanacore, in riferimento al delitto di Via Poma, come anche tanti altri. Oggi, con l’amplificaziondei social media e dai programmi televisivi, si emettono continuamente giudizi sui processi in corso.

Nel romanzo Alessandro esprime la sua perplessità circa la coincidenza tra legge e giustizia. Condivide?

La differenza tra legge e giustizia servirebbe proprio a mitigare i giudizi sommari frequentemente espressi. Ogni caso, in realtà, non è, come tutti vorremmo credere, solo in bianco e nero, presenta varie tonalità di grigio. Se facessimo l’esempio classico della legittima difesa – un ladro entra in una casa e il proprietario, spaventato e armato, lo uccide – c’è chi giudicherebbe eccessiva la sua reazione e chi converrebbe sulla necessità di difendersi anche commettendo un omicidio. Un giudice, che si trova a dover interpretare la legge, può emettere una sentenza di assoluzione o di condanna – quindi due esiti diametralmente opposti – sulla stessa base di elementi giuridicamente corretti. Applicare in maniera corretta la legge, quindi, non significa necessariamente aver fatto giustizia. Esiste sempre un minimo spazio di interpretazione: la legge è sempre scritta da uomini e non può mai essere perfettamente coincidente con la giustizia.

Una certa ambiguità di fondo costituisce proprio l’humus su cui si fondano generi letterari come il noir o il legal thriller…

Parafrasando il titolo del mio libro, solo Dio è innocente. E forse nemmeno lui.

 

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