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Pasquale Zagaria, con un tumore grave, ritorna in cella

Nonostante un grave tumore alla vescica, Pasquale Zagaria rientra in carcere al 41 bis. È stato trasferito ieri mattina nel carcere di Opera a Milano, la struttura individuata dal Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria ( Dap) come luogo idoneo per la detenzione.
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Nonostante un grave tumore alla vescica, Pasquale Zagaria rientra in carcere al 41 bis. È stato trasferito ieri mattina nel carcere di Opera a Milano, la struttura individuata dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria ( Dap) come luogo idoneo per la detenzione.

Zagaria era stato posto alla detenzione domiciliare ad aprile dal giudice di sorveglianza di Sassari Riccardo De Vito, lo stesso che ha poi sollevato questione di legittimità costituzionale contro il decreto Bonafede “antiscarcerazioni”.

Zagaria, che è malato da tempo, era stato posto ai domiciliari in casa dei famigliari a Pontevico ( provincia di Brescia) per motivi legati anche all’emergenza coronavirus: l’ospedale di Sassari dove seguiva le terapie per la malattia, non era più in grado di prestargli le cure necessarie. Il tribunale di sorveglianza di Sassari aveva però disposto un termine di cinque mesi alla misura dei domiciliari. Scoppia però nel frattempo il caso televisivo “scarcerazioni”, arriva l’indignazione popolare e il ministro della Giustizia emana subito ben due decreti per rendere più difficile la concessione della detenzione domiciliare ai detenuti per reati di mafia e terrorismo. Ad oggi, in realtà, c’è ancora qualche centinaio di reclusi per reati di mafia che scontano la pena in detenzione domiciliare. Il motivo? Non c’entra nulla il Covid 19, ma le gravi patologie che rendono le persone incompatibili con il regime carcerario.

Per quanto riguarda Pasquale Zagaria, i cinque mesi sono scaduti. Il tribunale di Brescia, al quale i colleghi sardi avevano girato il fascicolo per competenza, ha dunque ritenuto cessate le esigenze e lo ha riportato in carcere. Secondo il magistrato di sorveglianza di Brescia Alessandro Zaniboni, con un’ordinanza di quattro pagine, Zagaria potrà usufruire delle cure necessarie al carcere di Opera «nel rispetto del diritto alla salute del detenuto». Il giudice, inoltre, aggiunge che: «nel rispetto dei limiti temporali istruttori tipici di un procedimento provvisorio, non si ravvisano, allo stato, le condizioni per la proroga della misura domiciliare, anche concentrandosi esclusivamente sul profilo medico sanitario che appare, in tutta evidenza, tranquillizzante, sia in punto prognostico, sia in relazione alla tutela del diritto alla salute, assolutamente preservabile anche in detenzione carceraria».

Zagaria, in realtà, non è un “fine pena mai”. È stato condannato a una pena di 21 anni e 7 mesi. Tra i giorni decurtati per aver subito nel passato una carcerazione disumana e i benefici maturati grazie al suo percorso trattamentale, a breve finirà comunque di scontare la sua pena. Sì, sempre se non esca in una bara come il 72enne Carmelo Terranova, rimandato in carcere – dopo le indignazioni contro le cosiddette “scarcerazioni” – nonostante le gravi patologie.

Pasquale Zagaria finisce in galera nel 2007, ma perché si costituì spontaneamente all’allora sostituto Procuratore della Repubblica Raffaele Cantone, inviando una lettera con la quale mise in evidenza la sua volontà di chiudere con il passato.

Non è stato condannato per omicidio, ma perché mente economica del clan dei Casalesi. Non solo.

Nell’ordinanza del giudice De Vito che dispose la detenzione domiciliare, troviamo anche un riferimento della Corte di Appello di Napoli del 2015 –, dove si legge che: «a fronte di tale complesso di elementi non può ritenersi che l’appartenenza dello Zagaria alla associazione camorristica, certamente attuale all’epoca del decreto emesso nell’anno 2004, fosse tale anche nell’anno 2011, atteso che, coerentemente con le premesse, il prolungato periodo di detenzione, posto in correlazione con la circostanza che il detenuto si costituì spontaneamente in carcere e, nel corso del processo penale, rese confessione in ordine a gran parte dei reati contestati, condotta che rappresenta un inequivocabile sintomo di iniziale ravvedimento, inducono ad escludere la concreta operatività della presunzione di perdurante al momento della formulazione del giudizio».

Ma l’indignazione popolare e la politica che la insegue non fa sconti a nessuno. L’effetto è che una persona con un grave tumore può all’improvviso essere compatibile con il carcere, perfino in 41 bis.

 

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