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La stabilità che c’è e quella che servirà

L'editoriale
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La tornata elettorale ci consegna un’Italia piena di sfaccettature. Due le principali. La prima riguarda il trascinamento che la pronuncia referendaria – voto ultra politico e politicizzato – ha avuto sull’affluenza. Vuol dire che gli italiani a votare ci vanno ancora volentieri quando possono dire la loro e volentierissimo se possono esprimersi contro il Palazzo. Un dato su cui devono riflettere tutti i partiti: populisti (che sorridono) o meno (che piangono). Il mood dei cittadini è ancora fortemente improntato ad un sentimento anti-Casta: meglio non dimenticarlo. Con un di più per nulla trascurabile. Il No ha fatto campagna elettorale utilizzando alla grande i social, dove ha imperversato. Senza tuttavia influenzare influenzato il responso popolare. Ha vissuto in una bolla autoreferenziale.

Il secondo elemento concerne la voglia di stabilità che scaturisce dalle urne. Nessuna spallata è alle viste, nessun ribaltone è praticabile. Questo può giustamente e legittimamente rallegrare Giuseppe Conte. E allo stesso tempo lo carica di responsabilità. Infatti la stabilità che emerge non basta. Tagliato il numero dei parlamentari diventa obbligatorio imbastire una nuova legge elettorale. Come pure riequilibrare l’intelaiatura istituzionale: dalla sfiducia costruttiva alla differenziazione delle Camere. Cose molto delicate e complicate, che richiedono compattezza politica e chiarezza di indirizzo. Senza dimenticare e al contrario enfatizzandola, la madre di tutte le questioni: la gestione del Recovery Fund. Sotto questi profili la pronuncia degli elettori nel voto regionale produce forse più ombre che luci. Pd e Cinquestelle si sono presentati divisi e questo non ha certo giovato a cementare l’intesa giallorossa.

Ma è vero anche che laddove il tentativo è stato fatto, vedi Liguria adesso e Umbria mesi or sono, il risultato è stato tutt’altro che soddisfacente. Seguendo un vecchio slogan maoista, Zingaretti e Di Maio paiono condannati a marciare divisi per colpire uniti. A condizione di saper individuare chi è il nemico e proteggersi dal fuoco amico. A cominciare dallo scontro sul Mes. Il centrodestra ha accarezzato il sogno di strappare Toscana e Puglia alla sinistra, senza riuscirci. Tuttavia Salvini non ha ha torto quando ricorda che la sua coalizione governa 15 regioni su 20. Riforme e Recovery saranno terreni di battaglia.

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