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«Vaccini fondamentali. Ma il “metodo” Burioni non funziona»

Antonio Clavenna, Istituto Mario Negri: "Come ricercatori e come istituzioni sanitarie credo sia molto importante la trasparenza e l'indipendenza: non bisogna aver paura di comunicare anche quelle che sono le incertezze, quello che ancora non si conosce. Ritenere un vaccino sicuro non vuol dire che non dà effetti collaterali"
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Si riprende a parlare di vaccini, non solo per l’attesa di quello contro il coronavirus ma anche perché si avvicina la stagione influenzale e perché sono tornati a farsi sentire i no- vax. Oggi ne parliamo con il professor Antonio Clavenna, capo dell’unità Farmacoepidemiologia dell’Istituto Mario Negri.

Professore appena resa nota la notizia della sperimentazione del vaccino anti- covid allo Spallanzani sono ripresi gli attacchi dei no- vax. Non basta la consapevolezza di una grave pandemia per evitare tali manifestazioni?

Purtroppo no. C’è da fare però una premessa: i no vax veri e propri, quelli che rifiutano ogni tipo di vaccinazione anche in maniera pregiudiziale, sono una minoranza, meno del 3% della popolazione. Altri studi dicono addirittura che sono l’ 1%, anche se sono molto rumorosi e hanno anche una attenzione mediatica molto alta. C’è una fascia di popolazione, invece, che non ha un atteggiamento pregiudiziale contro i vaccini ma magari ha qualche timore e dei dubbi legittimi soprattutto sulla sicurezza. Quindi possono essere confusi ulteriormente da alcune false notizie e convinzioni non basate su prove scientifiche. Sul primo gruppo è molto difficile agire per far cambiare loro idea: spesso sono gli stessi che minimizzano la gravità della malattia. Invece diventa importante instaurare un rapporto di ascolto e dialogo con il secondo gruppo.

Oggi più che mai è importante vaccinarsi anche contro l’influenza stagionale?

Il vaccino contro l’influenza può essere utile, anche se con un beneficio incerto e probabilmente limitato, per ridurre la pressione sui medici e sugli ospedali in vista della prossima stagione influenzale, evitando che si sommino i flussi di pazienti per influenza e covid 19. Poi è utile e importante per la popolazione più a rischio, per esempio gli anziani o chi ha malattie cardiovascolari: una infezione causata da entrambi i virus sarebbe pericolosa. Ma è pericolosa anche la sola influenza.

Ritiene che il vaccino anti- covid debba essere reso obbligatorio?

A titolo puramente personale, direi di no. È un discorso difficile da fare adesso: non sapendo che vaccino sarà, non conoscendo la sua efficacia e gli effetti collaterali possiamo fare una riflessione puramente teorica. Non sappiamo ancora quale sarà la strategia della vaccinazione: basterà una dose, dovremmo farne due, ci sarà un richiamo annuale? In generale ci sono vantaggi e svantaggi: renderlo obbligatorio potrebbe consentire di raggiungere più rapidamente una copertura abbastanza elevata ma ci sarebbe il rischio che diventi un boomerang. Potrebbero infatti aumentare le resistenze in chi è già contro ma anche in quel secondo gruppo di cui parlavamo prima: quindi come risultato avremmo un aumento dei contrari non solo al vaccino anti covid, ma ai vaccini in generale. Bisogna puntare soprattutto sull’informazione e sulla consapevolezza : l’obbligatorietà dovrebbe essere l’extrema ratio. Poi nel breve termine è complesso pensare ad una obbligatorietà per l’intera popolazione, quindi semmai l’obbligatorietà potrebbe essere declinata per alcune categorie.

Che strumenti abbiamo per contrastare la narrazione no- vax?

Quello che oggi manca, a partire dalla scuola primaria, è una educazione alla salute: cosa esprima questo concetto, quali siano le differenze tra un batterio e un virus, cosa sia una malattia. Diamo per scontato che siano nozioni acquisite ma spesso non è così. Inoltre bisogna capire che è molto importante educare al metodo scientifico, il percorso della scienza. Siamo portati a mettere in correlazione degli eventi che hanno una successione temporale: se qualche settimana dopo il vaccino ci sentiamo male, anche in modo grave, attribuiamo subito la colpa al vaccino. In realtà è più difficile far passare l’idea che non è detto che sia così. Per dimostrare che esiste una relazione tra i due fenomeni occorrono degli studi approfonditi di un certo tipo per cui non basta una osservazione. Poi io sono un po’ pessimista sul fatto che si riesca a far cambiare idea a chi è fortemente contrario ai vaccini. Il problema è un altro.

Quale?

Spesso vengono etichettati nella stessa categoria dei no- vax sia coloro che sono fortemente contro sia quelli che nutrono dei dubbi. Questi ultimi si sentono così stigmatizzati perché non compresi e ascoltati nel proprio bisogno di avere informazioni maggiori. Per alcuni è utile assumere un atteggiamento molto combattivo, stile Burioni, verso queste persone ma così le si spinge sempre di più verso atteggiamenti no- vax. Invece è molto importante il ruolo del medico di base che raccoglie i dubbi e dà risposte. Poi c’è un altro punto molto importante.

Mi dica

Come ricercatori e come istituzioni sanitarie credo sia molto importante la trasparenza e l’indipendenza: non bisogna aver paura di comunicare anche quelle che sono le incertezze, quello che ancora non si conosce. Ritenere un vaccino sicuro non vuol dire che non dà effetti collaterali.

Forse il covid 19 ha messo a dura prova questo: qualche scienziato ha voluto dare risposte troppo in fretta.

La scienza è ricerca, è un processo che molto spesso non arriva a conclusioni definitive, soprattutto in ambito medico. Quindi è importante dire ‘ per quanto ne sappiamo noi oggi probabilmente le cose stanno così. Sul covid 19 mancano ancora molte certezze: gli asintomatici possono o no essere contagiosi? Qual è la modalità di trasmissione del virus? Quando dura l’immunità?

Qualora andasse bene la sperimentazione del vaccino allo Spallanzani, dopo quanto tempo potrebbe essere a disposizione di tutta la popolazione?

Si tratta di una stima difficile da fare. Molti dei vaccini che si stanno sperimentando oggi sono innovativi. C’è una stima resa nota qualche mese fa dal New York Times secondo cui per la fase di produzione e distribuzione dei vaccini potrebbero essere necessari circa tre anni. Ciò si riferisce ai vaccini tradizionali; con quelli innovativi, soprattutto quelli che utilizzano direttamente l’Rna o il Dna iniettati nel corpo per far produrre gli anticorpi, sembrerebbe che la produzione non sia così complessa e quindi raggiungibile in pochi mesi. Dipende anche se ci sono degli accordi con gli impianti produttivi. Rispetto al caso specifico dello Spallanzani i tempi non saranno brevissimi perché la sperimentazione è iniziata da poco. Siamo ancora nella prima fase, tendenzialmente prima di nove mesi o un anno è difficile pensare che si possa concludere tutto l’iter.

 

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