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La bufala dei boss in libertà: «Solo uno è a casa perché è malato terminale»

Non ci sono “boss” in libertà “causa covid”. Ai domiciliari ne è rimasto solo uno ma, come sancisce la sentenza di un giudice, perché malato terminale e non per dare ordini agli affiliati.
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Di fatto è una bufala. Non ci sono “boss” in libertà “causa covid”. Ai domiciliari ne è rimasto solo uno ma, come sancisce la sentenza di un giudice, perché malato terminale e non per dare ordini agli affiliati. Poi ci sono altri 111 detenuti per mafia e droga che, come riportato ieri da Repubblica, il Dap annovera tra chi, in virtù ( anche) dell’epidemia, beneficia tuttora della “detenzione domiciliare come soluzione surrogatoria del differimento pena per gravi motivi di salute”, come si definisce in diritto. Ma appunto, si tratta dell’applicazione di un principio costituzionale.

È proprio lo speciale pubblicato ieri mattina da uno dei due maggiori quotidiani a innescare l’ennesimoccorto circuito mediatico sulle scarcerazioni da coronavirus. Il titolo di Repubblica fa una sintesi estrema: “La beffa dei boss mafiosi scarcerati per il virus: la metà è ancora a casa”. Pochissimi, forse solo i deputati 5 Stelle della commissione Giustizia, hanno il decoro di leggere l’intero articolo. Né di riflettere su cosa c’è dietro le statistiche: i reclusi per mafia e droga non sono miracolati da Bonafede, ma riconosciuti dalle ordinanze dei giudici di sorveglianza come malati di cancro, leucemie, gravi insufficienze cardiorespiratorie, in alcuni casi non in grado di deambulare, come è possibile verificare dagli articoli firmati sul Dubbio da Damiano Aliprandi negli ultimi 6 mesi. Eppure parte l’attacco al ministro Bonafede che, scrive ancora il quotidiano diretto da Maurizio Molinari, avrebbe «provocato un pasticcio», e assicurato ai capimafia «un inatteso regalo». A raccogliere l’assist è soprattutto Fratelli d’Italia, la cui leader Giorgia Meloni sfotte il guardasigilli: «Non era il sommo scarceratore?». Persino Anna Bernini di Forza Italia arriva alla seguente iperbole: «Metà dei boss scarcerati per il lockdown non sono mai rientrati in carcere nonostante un decreto stabilisse il contrario».

Poteva un decreto, di per sé, ordinare la revoca di un’ordinanza di concessione dei domiciliari? Ovviamente no, come si vede costretto a ricordare Bonafede in un post su facebook: «Dopo le note scarcerazioni, decise dalla magistratura in piena autonomia e indipendenza nel bel mezzo della pandemia, su mia iniziativa il governo ha approvato due decreti, che hanno imposto di rivalutare, col parere obbligatorio delle direzioni distrettuali antimafia, la posizione di tutti i detenuti per reati gravi posti ai domiciliari. In base a quanto previsto», aggiunge il guardasigilli, «i detenuti ( posti ai domiciliari, tengo a ribadirlo, in forza di un provvedimento giudiziario) sono tornati davanti a un giudice, che ha preso le sue decisioni, ovviamente in assoluta autonomia». Un guazzabuglio pazzesco in cui nessuno considera la notizia comunque riportata con correttezza da Repubblica: «La prima novità che balza all’evidenza è nel numero di 223 scarcerati per rischio covid». Il 14 maggio proprio il ministro, in commissione Giustizia, aveva parlato invece di «498 scarcerati fra alta sorveglianza e 41 bis», esattamente 494 più appena 4 al regime speciale. Di questi, in realtà, 275 avevano ottenuto sì i domiciliari per ragioni di salute o per benefici di legge nel pieno della pandemia, ma nel loro caso il covid non aveva avuto alcun peso. Nessun rilievo aveva assunto, per oltre la metà dell’orda criminale spacciata a piede libero da gran parte dei media, la ormai famigerata circolare con cui il Dap allora guidato da Francesco Basentini aveva segnalato ai Tribunali di Sorveglianza i suggerimenti dell’Oms sulle connessioni fra coronavirus e alcune patologie, e che suggerivano dunque ai magistrati di adottare la detenzione domiciliare.

Nonostante il dato riportato da Repubblica provenga dalla più ufficiale, l’amministrazione penitenziaria del ministero guidato da Bonafede, nessuno dei castigamatti meloniani o leghisti ritiene di farvi riferimento. Eppure è una novità gigantesca. Nella sua replica il ministro la spiega così: «Come per tutti i provvedimenti in materia di giustizia, ho già avviato uno stretto monitoraggio per verificare l’applicazione dei due decreti antimafia». E in effetti è stato proprio lo screening chiesto dal ministro al nuovo capo del dap Dino Petralia e al suo vice Roberto Tartaglia a chiarire che dei 494 detenuti in alta sicurezza e dei 4 al 41 bis andati ai domiciliari in primavera, 275 avevano ottenuto il beneficio per «cause diverse e indipendenti dalla pandemia», incluse «motivazioni sanitarie pregresse del tutto distinte dal rischio covid». Anche qui la notizia era stata anticipata da Aliprandi sul Dubbio in articoli dei mesi scorsi. In quello del 12 maggio si riportava il dato di «370 detenuti» che «per la stragrande maggioranza» erano «andanti in detenzione domiciliare ( se definitivi) o agli arresti domiciliari ( se in attesa di giudizio) non per il covid ma per le loro gravi patologie». È evidente come anche tra i 112 attualmente in detenzione domestica esista una quota non marginale di reclusi per i quali il rischio covid è stato sì considerato dal giudice, ma che sarebbero stati comunque scarcerati. Si risolve così anche il quesito posto dall’ex sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone, della Lega: come mai «112 boss sono rimasti tranquillamente al proprio domicilio, nonostante l’emergenza sanitaria sia ormai ininfluente» ? Perché non sono a casa solo per il covid, appunto.

Ma a chiudere il cerchio dei paradossi è il presidente dell’Autorità garante dei detenuti Mauro Palma. In conferenza stampa risponde così sulla tempesta del giorno: «Di persona detenuta al 41 bis attualmente ancora ai domiciliari ce n’è una sola». Palma fa così giustizia delle bordate: i boss, cioè i capi, se riconosciuti davvero tali dalle sentenze, sono al 41 bis. Tra i 223 ( non 498) scarcerati per ragioni connesse anche al covid, c’erano solo 4 “boss”. Oggi, solo uno. Almeno, negli attacchi al ministro andava evitato il plurale

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