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«Processi tributari, si torni in aula». L’appello di avvocati e commercialisti

Maria Masi
Il Consiglio nazionale forense e il Consiglio nazionale dei commercialisti hanno fatto propria l’iniziativa dell’avvocatura specialistica e hanno inviato una nota congiunta al vertice del Consiglio di presidenza per chiedere che la svolta cartolare sia scongiurata in tutti i modi possibili
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Da tempo la giustizia tributaria aspetta una riforma. La reclama innanzitutto l’avvocatura, a partire dall’Uncat, l’Unione nazionale Camere avvocati tributaristi, che da tempo l’ha messa nero su bianco senza vederla tradotta, finora, in un’iniziativa del legislatore. Il paradosso è che l’emergenza covid diventa ora il pretesto per una sterzata regressiva. Una controriforma. Con un emendamento al Dl Semplificazioni elaborato dal ministero dell’Economia, infatti, il governo è pronto a estendere alle liti fiscali la norma del Dl Rilancio che consente la trattazione scritta nel processo civile fino al 31 ottobre. La mossa ha suscitato una doppia reazione: da una parte la mozione contraria della stessa Uncat, inviata ieri a via XX settembre e al Comitato di presidenza della Giustizia tributaria. Il Consiglio nazionale forense e il Consiglio nazionale dei commercialisti hanno fatto propria l’iniziativa dell’avvocatura specialistica (condivisa dalle associazioni dei commercialisti Adc e Anc) ma hanno anche inviato una nota congiunta al vertice del Consiglio di presidenza, Antonio Leone, per chiedere che la svolta cartolare sia scongiurata in tutti i modi possibili. Anche nel senso di evitare che i presidenti di singole Commissioni tributarie impongano per decreto l’impropria estensione della trattazione documentale alle liti fiscali. Cosa che appunto ormai già avviene in diverse sedi.

C’è insomma un corto circuito. Sono soprattutto le “chiusure” dei singoli presidenti ad aver sollecitato la lettera inviata due giorni fa dal Cndcec – Consiglio nazionale dei Dottori commercialisti ed Esperti contabili – e dal Cnf: vanno assunte, hanno scritto al presidente Leone, «le iniziative più opportune al fine di garantire la uniforme ripresa dell’attività giudiziaria in forma pubblica sull’intero territorio nazionale». Giacché solo «l’udienza pubblica e il regolare funzionamento degli uffici giudiziari assicurano alle parti il contraddittorio processuale». Cndcec e Cnf ricordano che il decreto Cura Italia ( in particolare i commi 6 e 7 dell’articolo 83) «ha consentito ai presidenti delle Commissioni di adottare, per il periodo compreso tra il 12 maggio e il 30 giugno 2020, misure per consentire il rispetto delle indicazioni igienico- sanitarie onde evitare assembramenti all’interno dell’ufficio». Ma «le stesse non possano trovare applicazione nel processo tributario anche dopo il 30 giugno». E se i presidenti di alcune commissioni «hanno già disposto la ripresa delle udienze pubbliche, pur mantenendo ferme le opportune cautele per evitare il contagio da covid, come il frazionamento degli orari di convocazione delle udienze e degli accessi», altri hanno «ritenuto applicabili anche nel processo tributario le misure organizzative straordinarie previste dal Cura Italia per i soli processi civile e penale». Secondo avocati e commercialisti «risulta indispensabile assicurare alle parti il doveroso contraddittorio processuale che può essere garantito soltanto con l’effettivo svolgimento dell’udienza pubblica oltre che con il regolare funzionamento degli uffici». Cnf e Cndcec condividono «l’analoga richiesta formulata dalle associazioni degli avvocati e dei commercialisti (Uncat, Adc e Anc)» e chiedono il «rispetto della indispensabile tutela dei diritti di difesa del contribuente ex articoli 24 e 111 della Costituzione».

Solo che il tentativo di andare in tutt’altra direzione ipotizzato dal Mef rischia di complicare il confronto. A denunciarlo è l’altra nota, diffusa ieri dall’Uncat: «Occorre fare scelte che contribuiscano a risolvere i problemi risalenti e quelli nuovi» ma, segnalano i tributaristi, «non appare andare in questa direzione l’iniziativa del Mef che mira a proporre un emendamento volto a estendere al rito fiscale la “trattazione scritta” prevista per il civile fino al 31 ottobre». Uncat esprime «la propria contrarietà» all’iniziativa: si dovrebbe piuttosto, rammenta il comunicato, «ripristinare l’oralità e il contraddittorio nel processo tributario e le normali relazioni tra contribuenti e amministrazione fiscale nelle sedi dell’Agenzia delle Entrate, pur con le misure organizzative e sanitarie più opportune». In questo senso va la «mozione che Uncat ha predisposto e proposto alle altre sigle associative e istituzionali presenti al Tavolo della riforma tributaria e che è stata fatta propria», appunto, «dai Consigli nazionali forense e dei commercialisti». È il segno, dicono i tributaristi, che «la necessità di un confronto diretto tra le parti è vissuto dai difensori dei contribuenti come elemento costitutivo, non derogabile, del rapporto democratico tra Fisco e Cittadini». Adesso tocca al presidente Leone e al Mef scegliere: ripristino del contraddittorio o fuga nelle retrovie del diritto.

 

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