Commenti 1 Sep 2020 12:22 CEST

La necessità della legge elettorale

La riduzione populistica del numero dei parlamentari non tiene conto della rappresentanza, delle sue funzioni e del funzionamento e degli equilibri costituzionali

Il referendum per la riduzione dei parlamentari del 20 settembre si inserisce a pieno titolo nelle due emergenze che caratterizzano l’attuale situazione storico- spirituale italiana. L’emergenza sanitaria, dichiarata nel gennaio scorso e prolungata sino ad ottobre, si sovrappone a quella politico- costituzionale, che – invece- è cronica e molto più risalente ed ha avuto un suo nuovo picco con le elezioni del 2018. Entrambe le emergenze caratterizzano un ordinamento in cui la Costituzione formale è oramai sotto sforzo e al limite della rottura, nonostante l’attività di supplenza degli organi di garanzia costituzionale interni ed esterni.

Per quanto riguarda il primo profilo, la maggior parte delle forze politiche rappresentate in Parlamento nel 2018 sembra ormai lontana dai valori costituzionali del 1948, ma anche pericolosamente sorda allo stesso profumo del costituzionalismo. Ciò deriva dall’indebolimento delle famiglie politiche tradizionali, dall’astensionismo crescente e dalla volatilità del voto che hanno rafforzato formazioni populiste di tipo differente ( di protesta e di tipo nazional- populista).

In questa linea, le elezioni del 2018 hanno dato vita prima ad una maggioranza bipopulista ( M5S- Lega) basata su un contratto, poi – a seguito delle elezioni europee del 2019- al governo giallo- rosa ( M5S- Pd- IV- Leu), basato su un accordo opaco, giustificato dal pericolo delle elezioni anticipate. Quest’ultimo poggiava su due piloni principali dal punto di vista istituzionale: la riduzione drastica del numero dei parlamentari; una nuova legge elettorale per rispondere alla diminuzione del collegio derivante dalla legge costituzionale e ai difetti endemici della legislazione elettorale di contorno ( legge sul conflitto di interessi e di una riforma del sistema radiotelevisivo improntato alla tutela dell’indipendenza e del pluralismo).

Sul primo punto si è giunti al referendum confermativo del prossimo 20 settembre; sul secondo si è soprasseduto, con un risultato pericolosissimo proprio in relazione all’emergenza politico- costituzionale che ha giustificato la formazione del governo Conte II. La riduzione populistica del numero dei parlamentari non tiene conto della rappresentanza, delle sue funzioni e del funzionamento e degli equilibri costituzionali. Essa esprime un antiparlamentarismo generico volto al plebiscitarismo; provoca difetti di rappresentanza per i territori; e si pone in stridente contraddizione con il bicameralismo vigente.

Un simile giudizio non può concludersi con la mera posizione contraria all’entrata in vigore della legge costituzionale. Se è vero ciò che si è detto finora, non si può andare allo scioglimento delle Camere senza una legge elettorale adeguata e il profilo della stessa dovrà essere valutato sia in relazione alle condizioni politiche, sia ai vincoli costituzionali. Il progetto di legge Brescia che introduce un meccanismo elettorale non maggioritario, con clausola di esclusione ( su cui la contrattazione non sarà facile), non affascina, ma per adesso è l’unica possibilità di compensare la diminuzione del numero dei parlamentari e mantenere – sebbene precaria – la stabilità della coalizione di governo. Lo stesso progetto deve essere integrato da opportuni interventi sulla legislazione elettorale di contorno, nella consapevolezza che la crisi italiana è caratterizzata da un lato da ipercinetismo elettorale compulsivo e dall’altro da sregolatezza persistente.

In questo quadro è opportuno mettere in evidenza la responsabilità del Pd che sembra ostaggio oggi sia della linea del M5S sia di quella di Italia Viva, mentre parte del suo gruppo dirigente persegue ancora una strategia volta ad introdurre modifiche incrementali di qualsiasi tipo per rompere il circolo vizioso del riformatore, non considerando che il sistema non si è affatto normalizzato.

In conclusione. Al referendum, ciascun elettore si esprima secondo coscienza. Personalmente voterò no, ma è necessario accompagnare il risultato del voto popolare con la costruzione di un pilone elettorale adeguato alle circostanze. È questa l’unica risposta positiva alle remore dei soggetti politicamente rilevanti, che – come asini di Buridano – non sanno scegliere, perché pensano in modo tattico e non strategico. Intanto l’incubo di Weimar si accresce.

 

 

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