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Più lavoro e meno soldi, i pm contro la riforma delle intercettazioni

Il giudizio negativo sulla riforma mette d'accordo tutte le correnti
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La riforma delle intercettazioni telefoniche parte in salita. Sono ancora tante le criticità da risolvere a meno di una settimana dall’avvio delle nuove regole. Dopo l’articolo di ieri sul Dubbio con cui venivano illustrate le principali modifiche che entreranno in vigore dal prossimo primo settembre, è esplosa la polemica fra i pm. La riforma, come è stato ricordato, ha avuto un iter alquanto complesso. Il provvedimento originario, voluto dall’allora ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd), risale a maggio del 2017.

La modifica principale riguarda la creazione dell’archivio digitale, dove saranno custodite tutte le comunicazioni telefoniche, le captazioni effettuate con il trojan, i video e ogni altro atto, presso ogni Procura. Il compito di vigilare sulla tenuta dell’archivio sarà affidato al procuratore. Al capo dell’ufficio spetterà anche il compito di verificare che nei verbali non vengano riportate espressioni lesive della reputazione delle persone o quelle che riguardano dati personali sensibili o quelle fra il difensore ed il suo assistito.

Su tali previsioni il togato di Magistratura indipendente Antonio D’Amato, già nel corso del Plenum dello scorso febbraio quando il Csm approvò a maggioranza e con tre astensioni il parere sulla riforma, era stato critico.

“La riforma introduce oneri a carico dei procuratori della Repubblica a risorse umane e finanziarie invariate e in assenza di strumenti tecnici adeguati”. Riforma che così rischia di essere inutile perché “i procuratori della Repubblica, che dovranno vigilare direttamente sul registro informatico delle intercettazioni, non sono messi nelle condizioni di farlo, se non vengono dotati di strumenti tecnici adeguati. Per la creazione dell’archivio informatico – sottolinea ancora D’Amato- sono necessarie sale attrezzate e misure particolari, che hanno degli inevitabili costi, di cui la riforma non si fa carico”.

“Come faranno i procuratori – si chiede D’Amato – a fronteggiare, a risorse e personale invariato, questo nuovo adempimento? E in quali spazi fisici si custodiranno i documenti cartacei relativi alle intercettazioni inutilizzabili o irrilevanti? Con quale personale si assicurerà la vigilanza e il corretto conferimento delle intercettazioni nel registro informatico? Il rischio è che ancora una volta si finirà per scaricare sull’autorità giudiziaria il peso di una serie di adempimenti che non sono sorretti da un adeguato sostegno economico- finanziario”.

Anche il togato di Area Giuseppe Cascini è critico: “Si tratta di una riforma insufficiente che, come spesso accade, scarica sul sistema giudiziario responsabilità improprie, senza dotare gli uffici degli strumenti necessari, cosicché al prossimo, inevitabile, episodio potrà sempre darsi la colpa ai magistrati”. “Ciò di cui il sistema processuale avrebbe urgente bisogno – prosegue il togato Cascini – è l’introduzione nel processo penale di uno ‘ statuto della privacy’ che preveda, nel contraddittorio delle parti, lo stralcio e la custodia in un archivio riservato di tutti i dati, comunque acquisiti, che attengano alla riservatezza delle persone e non siano rilevanti per il procedimento”. Per il pm antimafia Nino Di Matteo, infine, si tratta “di una riforma che, nel pur condivisibile intento di evitare la pubblicazione di dati sensibili, rischia di compromettere l’efficacia delle indagini, l’esigenza della conservazione della prova legittimamente acquisita e, in alcuni passaggi, il pieno ed effettivo esplicarsi del diritto di difesa di indagati e imputati”. Nelle Procure le attività sono in progress. Paolo Auriemma, procuratore di Viterbo, dichiara al Dubbio che “si sta lavorando con grande impegno: è in corso una importante interlocuzione con il Ministero della giustizia e con le ditte che forniscono gli impianti per le intercettazioni. E’ necessario risolvere problemi di natura tecnica, come il riversamento dei dati nell’archivio”.

Il fine della “raccolta” di tutto il materiale in un unico archivio è quello di evitare la circolazione e la divulgazione di dati che non rivestono alcuna rilevanza per le indagini o che attengono alla sfera della riservatezza dei soggetti intercettati. Al momento che le intercettazioni verranno conferite nell’archivio digitale la pg ne perderà la disponibilità e potrà riascoltarle solo presso le sale dedicate.

Alberto Liguori, procuratore di Terni, interpellato dal Dubbio, evidenzia carenze ‘ nella formazione del personale amministrativo, peraltro sottodimensionato, da dedicare alle nuove incombenze’. ‘ Gli hardware scelti dal Ministero vengono utilizzati per la prima volta: se qualcosa non dovesse funzionare, cosa succederà ai dati? E la gestione del cartaceo?’, si domanda Liguori. Sarebbe allora auspicabile un “proroga” afferma D’Amato, per ‘ predisporre le misure necessarie o la riforma sarà inutile”.

 

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