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Della Morte: «Serve un No per la libertà. E ora lasciate in pace Iotti»

Parla uno dei cinque costituzionalisti promotori dell’appello a sostegno del "No" nella campagna referendaria
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«Una chiamata alle armi per difendere il Parlamento». Se dovesse scegliere uno slogan per chiudere la campagna referendaria Michele Della Morte utilizzerebbe queste parole. Professore di Diritto costituzionale all’Università del Molise, Della Morte è uno dei cinque costituzionalisti promotori dell’appello a sostegno del “No” sottoscritto da decine di accademici.

Professore, Valerio Onida voterà Sì al referendum, se lo aspettava?

Non vorrei discutere delle posizioni del professor Onida che è stato ed è un grande maestro di Diritto costituzionale ed esprime opinioni legittime. Io, in questa occasione, la penso diversamente da lui.

Secondo Onida, ma non è il solo, un Parlamento con 345 rappresentanti in meno funzionerebbe perfettamente anche senza correttivi. È possibile?

Non credo che le Camere possano funzionare allo stesso modo con un taglio lineare così netto. Bisognerebbe riorganizzare il lavoro parlamentare e, in assenza di modifiche della legge elettorale, ci sarebbero inevitabilmente degli squilibri tra Camera e Senato, che altererebbero la rappresentatività delle Aule. Mi spaventa l’ipotesi che, in caso di vittoria del Sì, non si provveda velocemente alla modifica dei regolamenti: riguardano l’iter legislativo e i meccanismi che presiedono al controllo parlamentare degli atti del governo.

Quali funzioni parlamentari sarebbero a rischio?

Tutte: quella legislativa, quella ispettiva e quella di controllo. Verrebbero tutte alterate dalla riduzione del numero dei parlamentari. Per questo i promotori del referendum hanno sempre segnalato quantomeno la necessità di intervenire sui regolamenti per ridurre, ad esempio, il numero delle Commissioni al Senato, che andranno necessariamente accorpate.

Quattrocento deputati e duecento senatori non bastano a rappresentare gli italiani?

Il rapporto tra elettori ed eletti cambierebbe drasticamente: ogni parlamentare sarebbe chiamato a rappresentare molte più persone. Questa riforma non farebbe altro che acuire la già drammatica distanza tra cittadini e politica. Anche perché, con meno seggi, la selezione della classe politica risponderà sempre di più a logiche di appartenenza partitica ferrea.

Eppure, per i sostenitori del Sì, tagliare il numero dei seggi garantisce più qualità della rappresentanza…

Bisogna capire cosa si intende per qualità della rappresentanza. Se si intende un Parlamento chiamato a esprimersi in modo rapidissimo, o a ratificare le decisioni assunte del governo, o ancora a coadiuvare l’esecutivo rinunciando a esprimere indirizzo politico è probabile che i sostenitori del Sì abbiano ragione. Ma se si intende la rappresentanza come una funzione complessa, l’unico elemento di sintesi tra autorità e libertà, il concetto sul quale tutti noi ci siamo formati, una riduzione così pensata, senza alcun ragionamento generale, aggraverebbe e di gran lunga i problemi della rappresentanza.

Era più “ragionata” la riforma costituzionale di Renzi?

Io mi sono opposto a quel referendum perché non condividevo quel concetto di riforma organica e complessiva. Ma non si può certo negare che gli interventi pensati per Camera e Senato da quella riforma erano funzionali a una determinata idea del rapporto istituzioni/ società, c’era un progetto coerente. Oggi ci troviamo invece davanti a una riforma monca.

Se vincesse il Sì che legge elettorale sarebbe necessaria per compensare il taglio?

Senza dubbio una legge proporzionale per ristabilire la quota di pluralismo sacrificata dal minor numero di rappresentanti. Bisogna garantire la rappresentanza delle minoranze per da voce adeguata ai territori e, dunque, ai cittadini.

Ottanta milioni di euro l’anno, a tanto ammonterebbe il risparmio derivante dalla riforma, non valgono il prezzo di un Sì al referendum?

Assolutamente no. Considero quasi provocatorio motivare sulla base del risparmio una riforma di tale significato che afferisce in maniera così profonda al ruolo e alla funzione dell’istituzione parlamentare. La storia dei costi è stata un artificio utilizzato per garantirsi il sostegno popolare. I risparmi e i vantaggi sono irrisori rispetto ai guasti che ne deriverebbero. Se proprio si vuole tagliare qualcosa si intervenga su tutti gli enti inutili che pesano sul bilancio statale.

Luigi Di Maio dice che chi vota No appartiene al «fronte dell’establishment». Anche lei fa parte di questo fronte?

Sembra più uno slogan che un concetto. È normale che sia così in campagna elettorale, si cercano frasi a effetto per far pendere l’ago della bilancia verso la propria parte.

E forse per convincere gli elettori del Pd disorientati, il M5S fruga nel Pantheon dem alla ricerca di personalità favorevoli al taglio. La più citata è Nilde Iotti. Cosa pensa di questa operazione?

Credo sia un’operazione sacrilega. Non evocherei una figura straordinaria e autorevole della politica italiana come Nilde Iotti per motivare le ragioni di una riforma di questo tipo. Quello in cui parlava Iotti era un contesto politico diverso, fatto di partiti di massa nei quali si riconosceva la grandissima maggioranza degli italiani, con distinzioni ideologiche profonde e carica di significato storico. Il paragone è improprio.

Fino a pochi mesi fa sembrava scontato l’esito del referendum. È ancora così?

No. L’opinione pubblica oggi ha una maggiore consapevolezza dei pericoli di questa riforma. Ho l’impressione che ci sia una crescente responsabilizzazione, una sorta di chiamata alle armi per la difesa del Parlamento.

 

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