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Affinati: “Covid ha rivoluzionato la scuola, ora non torniamo indietro…”

La versione dello scrittore e insegnante Eraldo Affinati: "Chiunque intendesse continuare a ragionare secondo i modelli trascorsi, ad esempio l’idea di dover recuperare le parti del programma non svolto, calibrando col bilancino il sistema dei crediti e dei debiti, rischia di non cogliere la portata della sfida che dobbiamo affrontare"
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Responsabilizzare i giovani e non lasciare soli gli insegnanti: è questa la formula giusta per riaprire le scuole, secondo lo scrittore e insegnante Eraldo Affinati, già finalista al Premio Strega e al Premio Campiello. Il prossimo 22 settembre uscirà il suo nuovo libro I meccanismi dell’odio, edito Mondadori. Nell’opera, scritta insieme a Marco Gatto, giovane professore universitario calabrese, «l’analisi della strumentalizzazione politica del fenomeno migratorio, che la solitudine degli intellettuali contemporanei non riesce a scalfire, si trasforma in un’accorata riflessione sulle ultime possibilità di resistenza civile, oggi praticabili specialmente a scuola, là dove tutti i nodi s’intrecciano ma possono essere ancora sciolti. Proprio la scuola, infatti, può offrire uno spazio di speranza, in cui allenare la consapevolezza di far parte di una comunità».

Dal governo in questi ultimi giorni arrivano rassicurazioni sulla riapertura della scuola il 14 settembre. Quanto questo accadimento si lega ad una concezione di ritorno alla normalità?

Ognuno di noi vorrebbe tornare alla normalità, è ovvio. Tuttavia nessuno può dire cosa accadrà davvero a settembre. Infatti il Comitato Tecnico Scientifico si è giustamente riservato di dare le ultime indicazioni a fine agosto proprio per valutare l’evoluzione del virus che va monitorata giorno per giorno. Nel momento in cui ci prepariamo alla tanto sospirata riapertura scolastica del 14 settembre, dobbiamo tenerci pronti a qualsiasi altra possibilità, compresa quella malaugurata di dover continuare a ricorrere, in modo selettivo, alla didattica a distanza.

Qualora la riapertura non ci dovesse essere o subentrasse l’esigenza di una nuova chiusura, quali sarebbero le conseguenze sull’equilibrio sociale?

Secondo me non dovremmo drammatizzare, anche perché adesso saremmo più pronti di prima. Al centro dobbiamo mettere la salute pubblica. Vediamo cosa sta accadendo in altri Paesi e tiriamo le conseguenze. Finché non avremo un vaccino sicuro disponibile a tutti, saremo costretti a organizzare la nostra vita all’interno dell’emergenza.

Non si conoscono bene ancora i dettagli sulla svolgimento delle lezioni. Qual è il suo giudizio su quanto emerso fino ad ora?

Gli istituti scolastici stanno affrontando una grande sfida per riuscire a garantire, senza ridurre il tempo complessivo delle lezioni, le condizioni di sicurezza richieste dalle norme sanitarie: distanziamenti, mascherine, controlli quotidiani. Ogni scuola si sta organizzando in base agli spazi che ha e agli organici disponibili. Non ci sarà un modello unico. Dipenderà dalle strutture a disposizione.

Quali sono le priorità che Lei suggerirebbe al governo per la riapertura?

Sarà importante responsabilizzare i giovani facendoli sentire protagonisti di questa fase drammatica: molti di loro sono cresciuti grazie all’esperienza vissuta. La riapertura della scuola li troverà pronti. E poi non dovremo lasciare da soli i docenti sulle cui spalle sta gravando, non dimentichiamo-lo, il peso maggiore.

Secondo Lei è necessario ricominciare pensando a colmare il vuoto degli ultimi mesi o occorre un inizio da zero, penso ai programmi e ai crediti ad esempio?

Chiunque intendesse continuare a ragionare secondo i modelli trascorsi, ad esempio l’idea di dover recuperare le parti del programma non svolto, calibrando col bilancino il sistema dei crediti e dei debiti, rischia di non cogliere la portata della sfida che dobbiamo affrontare: integrare la tradizione culturale del passato nel mondo digitale di oggi. Stiamo parlando di percezioni mentali diverse da quelle novecentesche. Bisogna mettere a frutto i cambiamenti epocali in corso, senza rinunciare alla conoscenza a trecentosessanta gradi che soltanto il rapporto fisico personale e la perlustrazione dei territori possono consentire.

Didattica digitale integrata: è una giusta metodologia formativa?

La rivoluzione informatica che stiamo vivendo obbliga la scuola a riposizionarsi chiedendo nuovi modelli didattici, anche perché i ragazzi oggi hanno una testa diversa rispetto a quelle dei loro coetanei di quindici o vent’anni fa: alla vecchia ma sempre fondamentale lezione frontale andranno affiancati altri approcci più laboratoriali, in grado di utilizzare le grandi risorse nascoste dei nostri adolescenti. Non si tratta solo di ‘ copiare’ in Rete i contenuti della tradizione, bensì di ricrearli ex novo. La scuola ha una responsabilità straordinaria: deve ristabilire le gerarchie di valore all’interno del Web. L’informazione è solo il primo grado della conoscenza. In mezzo passa l’esperienza. Insegnare vuol dire guidare i ragazzi verso un’impresa conoscitiva. Il che implica una riflessione sui principi valutativi che non possono più essere quelli di un tempo: risposta esatta, risposta sbagliata. Misurare la qualità scolastica è una cosa complicata. Pensiamo al pasticcio appena accaduto in Gran Bretagna dove lo strumento di verifica degli esami di maturità è stato affidato a un algoritmo che si è rivelato errato.

Come colmare le diseguaglianze sociali in ambito digitale?

Non è sufficiente distribuire i tablet a chi ancora non li ha e neppure consolidare le reti wi- fi scadenti. Occorre realizzare un piano nazionale di formazione, rivolto ai docenti e agli studenti, lavorando sul nuovo pensiero digitale. Ricordiamoci il nesso fra digital divide e dispersione scolastica.

Al di là dell’emergenza sanitaria, quali sono i mali di cui soffre il nostro sistema scolastico?

Ci sono tre punti. Il primo riguarda l’edilizia scolastica che andrebbe davvero rinnovata, secondo un’idea non convenzionale dello spazio didattico. Il secondo è relativo alla dignità economica dei docenti: si spera che i fondi europei possano soddisfare tale imperativo. In terzo luogo dobbiamo rinnovare i programmi aggiornandoli al Ventunesimo secolo: questo si presenta come un lavoro assai delicato perché non bisognerebbe perdere neppure una goccia della sapienza trascorsa.

Lei, insieme a sua moglie Anna Luce Lenzi, è il fondatore delle scuole Penny Wirton per l’insegnamento gratuito dell’italiano agli immigrati. Un’esperienza raccontata nel suo ultimo libro “Via dalla pazza classe”. In quale modo essa potrebbe essere utile alla scuola pubblica?

Direi soprattutto per i tirocini degli studenti italiani. In questi ultimi anni abbiamo formato centinaia di ragazzi  per insegnare la nostra lingua ai loro coetanei immigrati. È questa la strada per realizzare una vera integrazione.

 

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