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Quel ciclostile per dare voce a chi sta muto. Sono i matti che hanno troppe cose da dire

Un ciclostilato creato per far parlare I malati del Santa Maria della Pietà prima che chiudessero per sempre I manicomi
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Quando, a bordo del mio scooter, imbocco, a Roma, Corso Vittorio Emanuele II venendo dall’altra parte del Tevere sono assalito dal nostalgico ricordo del ciclostile. Ma guarda un po’ come funziona in modo bizzarro il cervello! Effetti-vamente venendo dal Lungotevere ci si trova di fronte uno degli ultimi palazzi del Corso che ospitava, almeno qualche decennio fa, la sede nazionale della Cisl.

All’epoca ci eravamo imbarcati nella redazione e produzione di un giornale ciclostilato, il periodico Le Voci, che nasceva dentro l’Ospedale Santa Maria della Pietà, lo storico Manicomio provinciale di Roma. Con Ugo Amati, psichiatra del padiglione 32, Sergio Di Biasio e Paolo Di Benedetto curavamo la raccolta dei testi, la battitura sulle matrici, la stampa e, infine, la spillatura dei primi numeri, sei in tutto dal 1976 al 1977, che costituivano un coraggioso tentativo di salvare dall’oblio tante produzioni di pazienti e le generose collaborazioni di persone che erano coinvolte, in quegli anni, nell’impresa di rendere più umana la vita dei ricoverati nella prospettiva del superamento del Manicomio.

Dal quarto numero in poi il volume della pubblicazione era diventato tale che non era più possibile tenerlo insieme con una semplice cucitrice metallica manuale; occorreva qualcosa di più e, tramite un amico, riuscimmo ad avere l’accesso alla sede della Cisl che possedeva una cucitrice in grado di perforare fino a cento fogli. Naturalmente dovevamo portare gli scatoloni dei fogli ciclostilati fino a Corso Vittorio, scaricarli, spillare un numero dopo l’altro, e ritornare, poi, al Santa Maria della Pietà. Non proprio dietro l’angolo.

Prima di tutto questo, vi era il rituale della battitura sulle matrici che, pochi anni prima, erano utilizzate per i volantini da distribuire in occasione delle molte manifestazioni alle quali avevamo partecipato. Con la pratica ero diventato discretamente esperto nell’arte di battere con pochi errori quei testi; l’unico trucco era quello di battere il testo lentamente, consapevoli che il supporto della matrice era molto delicato.

Si trattava, poi, di inserire la matrice nella macchina per ciclostilare e poi raggiungere un ritmo giusto nel girare la manovella e assicurare che i fogli venissero inchiostrati adeguatamente. Se si aveva fretta era un guaio giacché si finiva per rompere la matrice – buona notte! – e quindi occorreva ricominciare tutto da capo. Una matrice ben battuta e ben trattata era in grado di “tirare” anche più di 800 copie, il massimo, in verità, della tiratura da noi raggiunta con questo sistema artigianale di stampa.

Vi era qualcosa di sacrale nel rituale complessivo e il tutto era coronato dal rito dell’” intercalare”, cioè di raccogliere un foglio per volta girando intorno ad un lungo tavolo dove erano disposti, in ordine progressivo, i blocchi delle singole pagine. Era una attività che compivamo con l’aiuto dei pazienti che tuttavia – poveretti! – tendevano a stancarsi, a saltare alcuni blocchi e così certi numeri erano composti di sessanta pagine, altri di sessantotto e, perfino, di ottanta. Gli ultimi tre numeri superavano tutti le settanta pagine e ci voleva un bel girare per comporre tutte le 800 copie previste dalla tiratura. Naturalmente la rivista era gratuita, Chi voleva poteva fare una piccola offerta giusto per coprire i costi della carta e delle matrici. Del resto è nella natura del ciclostile il fatto che sia connesso alla idea di militanza. La rivista Le Voci nasceva dalla idea di dare voce a chi non aveva diritto di parola. Per altro verso si collegava alla esperienza di una piccola pubblicazione interna al Manicomio intitolata La voce del ricoverato che ebbe vita effimera negli anni Cinquanta. Ma soprattutto alludeva ai deliri dei pazienti schizofrenici che, appunto, sentono le voci. Non a caso in epigrafe ponemmo una poesia in dialetto romagnolo del poeta Nino Pedretti che così recita: I MATT I matt ti cameréun di manicomi i guerda féss e? méur i sta degli çuri fasend ad nç sla testa.

I matt i n’ pò scòrr parché i à tròp da déi tott t’una vòlta.

I MATTI I matti nei cameroni dei manicomi guardano fisso il muro e stanno delle ore a far no con la testa.

I matti non possono parlare perché hanno troppo da dire in una volta sola.

Conservo religiosamente qualche numero della rivista ed ogni tanto, nel risfogliarli, mi commuovo ripensando a come i testi ci erano stati portati, tutti accartocciati, dai pazienti o da quelle esperienze di uscita dal Manicomio che ci entusiasmavano e ci vedevano impegnati giorno e notte.

* psicologo e psicoterapeuta

 

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