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Da Sulmona ad Augusta: in carcere con l’afa e senza acqua e docce

Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere dalla sua costruzione, 24 anni fa, manca la rete idrica ed è tutto fermo, nonostante il finanziamento per realizzarla
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Altro che andare “al fresco”. Nelle carceri italiane, in questo momento, il caldo è insopportabile. La struttura del carcere, di cemento e ferro, non fa altro che amplificare il calore e ne risente tutta la popolazione penitenziaria, detenuti e operatori. Ma se a questo si aggiunge la mancanza d’acqua e l’insufficienza delle docce che possono offrire sollievo, allora rasenta la tortura.Partiamo dal carcere abruzzese di Sulmona.

A segnalare la condizione che a causa del caldo afoso si fa sempre più difficile dietro le sbarre, per polizia penitenziaria e per i detenuti, è stato Mauro Nardella, segretario territoriale Uil-Pa, facendo appello al direttore del carcere e al garante regionale dei detenuti. Ha denunciato anche il caso delle docce. «Quello che è incredibile è che a distanza di 20 anni dal varo del nuovo regolamento penitenziario ci ritroviamo ancora a dover denunciare, nella parte in cui si parla di docce, la non applicazione di un DPR qual è il 230/2000 e chiedere dell’implementazione di docce in ciascuna camera detentiva», ha precisato Nardella.  C’è il caso del carcere siciliano di Augusta. Quaranta detenuti hanno protestato per la carenza idrica nel penitenziario. La protesta, che si è concretizzata con il rifiuto a rientrare nelle celle, è stata poi contenuta dagli agenti della Polizia penitenziaria e dopo ore di trattative la situazione è tornata alla normalità. Ma si sono vissuti momenti di grande tensione nel carcere nella giornata di ieri, caratterizzata da temperature assai elevate: senza acqua con cui rinfrescarsi, i detenuti hanno deciso di organizzare la protesta ma, per fortuna, non ci sono state conseguenze. La crisi idrica potrebbe riaccendere ancora una volta gli animi, come avvertono i sindacati, in particolare a sollevare la questione è il dirigente nazionale del Sippe, Sebastiano Bongiovanni, che, in questo penitenziario ci lavora.Ancora una volta emerge il caso del carcere campano di Santa Maria Capua Vetere. Siamo alla 24esima estate che manca l’acqua, ovvero fin dalla sua costruzione in assenza di rete idrica. Sono invece passati 4 anni dallo stanziamento di un finanziamento di poco più di due milioni di euro, deliberato dalla Regione Campania e consegnato al Comune di Santa Maria Capua Vetere.

Ma nulla, ancora nessuna realizzazione. A denunciarlo è il garante regionale Samuele Ciambriello, ribandendo che la regione Campania ha stanziato 2.190.000 euro con delibera della Giunta Regionale 142 del 5 aprile 2016 in favore del Comune di Santa Maria Capua Vetere per la costruzione di una condotta idrica per la struttura penitenziaria, e la stessa giunta, il 4 agosto 2016, ha firmato un protocollo d’intesa col Comune. «L’approvvigionamento di acqua al carcere – continua Ciambriello – è assicurato mediante l’utilizzo di acqua di falda e di un impianto di potabilizzazione spesso mal funzionante, che comporta la fuoriuscita di acqua gialla dai rubinetti, con conseguenti dermatiti e altri problemi di salute per i detenuti. Ogni giorno due autobotti portano l’acqua per la mensa dei detenuti e degli agenti, da decenni i detenuti usufruiscono gratuitamente dall’amministrazione penitenziaria di due bottiglie d’acqua minerale al giorno». Il garante ricorda che ha recentemente scritto, sia a luglio che ad agosto, all’amministrazione comunale di Santa Maria Capua Vetere per chiedere notizie sullo stato dei lavori, ancora non attuati dopo tanti anni, ma non ha ricevuto nessuna risposta. «Si coniugano indifferenza e inefficienza – denuncia Ciambriello -. Invito la politica nazionale, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e i consiglieri regionali a seguire con attenzione questa criticità che lede i diritti delle persone diversamente libere. Accanto alla certezza della pena ci deve essere la qualità della pena, alla persona che sbaglia deve essere tolto il diritto alla libertà ma non il diritto alla dignità, alla tutela della salute. Non si perda più tempo!».

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