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Voto di genere per decreto? Meglio lasciare alle Regioni

Per evitare una valanga di ricorsi e garantire le pari opportunità nelle liste accolgano il principio nella loro legge elettorale
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Questione di genere: terreno scivoloso in sé. Ogni lembo tirato da una parte o dall’altra rischia di trascinarsi dietro vagonate di querelles sparse in ogni direzione: politica, diritto, sociologia, economia, etnografia, eccetera. E allora liberiamoci subito dall’onere della prova del politically correct e dichiariamo subito che riteniamo giusto che il potere pubblico agisca per il riequilibrio «tra i sessi». Doppio voto di preferenza per decreto? Meglio un sì delle Regioni alla modifica

Questione di genere: terreno scivoloso in se’. Ogni lembo tirato da una parte o dall’altra della pelle marchiata a fuoco dalla simbologia di genere, rischia di trascinarsi dietro vagonate di querelles sparse in ogni direzione: politica, diritto, sociologia, economia, etnografia, eccetera. E allora liberiamoci subito dall’onere della prova del politically correct e dichiariamo subito che riteniamo giusto che il potere pubblico agisca per il riequilibrio “ tra i sessi”, come dice l’art. 51 della Costituzione, nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive, utilizzando anche “appositi provvedimenti per promuovere le pari opportunità tra donne e uomini “. Del resto i risultati così rilevanti in termini di presenza femminile ai vertici dei paesi del nord- Europa, dove le donne- premier e le donne capi di Stato non sono curiosità antropologiche ma protagoniste usuali della scena politica, non sono stati realizzati in un amen: ci sono voluti anni di legislazione premiale ( sì, anche lì, dove si ritiene che le costumanze siano più avanzate di quelle latine) per far entrare nelle prassi politiche e nella capoccia vikinga l’idea di essere governati da una donna. Dunque ha senso anche in Italia una legislazione che tenda a promuovere in politica la pari opportunità tra uomo e donna. Si scopre, allora, a una manciata di giorni dalla presentazione delle candidature nelle sette regioni che andranno al voto il 20 settembre, che non tutte le leggi elettorali adottate da quegli enti locali prevedono il doppio voto di preferenza per consentire la seconda opzione di genere. Constatata, dunque, l’inadempienza delle assemblee legislative locali, il governo adotta un decreto che impone di far posto, nelle leggi elettorali delle Regioni, al doppio voto di preferenza, riservando la seconda- ove espressa- al candidato/ a di sesso diverso dal primo voto. Una scelta “politica” – Conte ha detto di più: scelta “storica”piena di senso, in un contesto che parrebbe di pacifica condivisione del diritto/ dovere di attuazione del principio costituzionale che afferma le pari opportunità. Tutto a posto, dunque, e ben gli sta alle Regioni maschiliste che, per paura di far posto a candidature di colleghe in grado di scalzare qualche posizione nella classifica degli eletti, hanno giocato all’arrocco. Tutto a posto davvero? Vediamo: il governo ha agito facendo forza sull’art. 120 della Costituzione che regola il potere surrogatorio del Governo rispetto alle Regioni “nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria, oppure di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedano la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti sociali…”. Escluso, dunque, che l’insufficiente legge elettorale vigente in alcune regioni possa rappresentare un pericolo grave per l’incolumita’ e la sicurezza pubblica, o un caso di violazione di norme internazionali o comunitarie, resterebbe la mancata tutela dell’unità giuridica, con riferimento ai livelli di prestazioni concernenti i diritti sociali, espressione questa abbastanza larga da poterci far rientrare parecchie cose. Ma non così precisa da garantire che un decreto legge del governo in materia di legge elettorale ( la querelle sulla decretazione d’urgenza in materia di leggi elettorali è nota e non registra certo una particolare simpatia della dottrina per lo strumento decretale) possa con uno schiocco di dita cancellare la previsione dell’art. 122 che devolve alle Regioni la disciplina delle leggi elettorali “ nei limiti dei principi fondamentali stabiliti con legge della Repubblica”. Insomma: come minimo una pioggia di ricorsi- non affatto scontati nell’esito del rigetto- la si dovrà mettere nel conto. Come se ne esce? Con un po’ di buonsenso. Facciamo conto che il governo abbia adempiuto, con il decreto, al suo dovere di rammentare quali siano “i principi fondamentali” cui debbano attenersi le leggi elettorali regionali: a questo punto le Assemblee regionali ne adottano il principio con l’approvazione di una modifica della legge elettorale che ne recepisca il contenuto. Sono tutti d’accordo, qual è il problema? Basta una riunione di un’oretta e si salvano capra e cavoli: il principio della parità di genere e quello, non meno importante, dell’autonomia legislativa regionale in materia elettorale. Basta interpretare l’atto del Governo come un gesto di “moral suasion” e non come un intervento autoritativo fatto con decreto. Un precedente. Dalla forma non gradevolissima.

 

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