Commenti & Analisi 30 Jul 2020 17:08 CEST

L’ombra di Rutte sulla nostra incapacità di spendere e il dilemma della cabina di regia

Per controbattere all’offensiva olandese sarebbe bastato al premier di minacciare le nostre holding e far pagare le tasse da noi e non nel paradiso fiscale

A che cosa serve il surplus di retorica, di autostima, di orgoglio dai tratti un tantino nazionalistici con cui viene rappresentato il successo della missione a Bruxelles del premier Conte?

Sicuramente a rafforzare l’immagine della coalizione Pd- 5 Stelle- Leu ( molto divisa e anche rissosa) che guida. In secondo luogo ad un fine personale come quello di dare maggiore solidità alla sua leadership. Per un presidente del Consiglio che, insolitamente, non dispone di un proprio partito è un investimento quasi inevitabile.

Contemporaneamente, però, imboccando questa strada, si alimentano pregiudizi e illusioni che è meglio tenere sotto controllo, se non evitare.

Il primo pregiudizio è l’esaltazione della capacità negoziale dell’Italia. In realtà i pericoli evocati ( cioè l’ostilità dell’Olanda e l’incerto- o solo freddo- sostegno della Germania) sono delle esagerazioni, quando non delle invenzioni meramente propagandistiche.

Il premier Rutte ha condotto una battaglia per conto dei partners minori dell’Europa del Nord. Bisogna riconoscere che l’ha vinta. Un gruppo di Paesi che ha circa 40 milioni di abitanti ha tenuto testa ad una maggioranza fatta di circa 400 milioni. Ha poi ottenuto il ripristino ( cioè la continuità) degli sconti nel pagamento delle ‘ rette’ ( chiamiamole così) per il budget del l’Europa.

In secondo luogo è riuscita ad imporre una sorta di meccanismo di controllo sulla gestione dei prestiti e dei sussidi erogati. In altre parole, Olanda, Svezia, Finlandia, Danimarca, repubbliche del Baltico e Austria sono riuscite a creare un vero e proprio blocco politico unitario di riferimento per fronteggiare in futuro la potente leadership di Francia e Germania.

Conte e i suoi fans di CinqueStelle, al pari di gran parte del Pd, insistono invece a valorizzare l’aspetto minore, cioè la sconfitta di Rutte nella competizione con l’Italia. Si è trattato, in realtà, di un gioco delle parti. Il governo olandese come quello italiano sapeva benissimo che non c’era partita.

L’Italia è, infatti, il Paese le cui principali holdings finanziarie, industriali ecc. hanno scelto di ancorare in Olanda la residenza fiscale. Gli oneri tributari sono bassissimi rispetto a quelli in vigore da noi. Per mitigare, se non proprio far cessare, l’intransigenza di Rutte ( che, in realtà, sollevava problemi reali) a Conte sarebbe bastato minacciare di costringere Eni, Saipem Fca, ecc. a pagare le tasse in Italia, cioè nel paese legale. Sarebbe una perdita consistente per un paradiso fiscale come l’Olanda.

Ugualmente spuntata era, ed è, la paura della Germania. Se non bastano a rivelarlo gli incontri istituzionali tra le Confindustrie dei due paesi, Roma è perfettamente a conoscenza che senza l’apporto della nostra produzione industriale, non solo il settore automobilistico, ma anche l’interro comparto della metalmeccanica tedesca sarebbe condannato al declino. A meno di non volersi servire della Cina. Ma si tratta notoriamente di un paese che non dispone, neanche minimamente, di una qualche qualità competitiva rispetto a noi.

La minaccia da parte di Conte di un’Italexit sarebbe stato una colpo mortale per la Merkel e quindi per la sopravvivenza stessa dell’Europa. Neanche la litania sul pauperismo dell’Italia ha un grande fondamento. E’ vero che la pandemia del coronavirus ha determinato, come si vedrà nei prossimi mesi, fenomeni macroscopici di disinvestimenti, anzi di fallimenti ( nella produzio ne, nel commercio e nel turismo) creando sacche di disoccupazione e di povertà raramente viste in questa misura nel nostro paese.

Conte ha fatto benissimo a denunciare questa drammatica realtà che avrà sicuramente un esito nell’esplosione di grandi tensioni sociali. Ma non si può insistere nel cantare miseria. Siamo un paese che conta un risparmio di 1500- 2500 miliardi di Euro. Si tratta di cifre importanti.

Occorre creare stimoli e interessi per farli spostare dai conti correnti e dai depositi bancari per attivare investimenti, prelievi fiscali, politiche di grandi riforme e di incentivi che sono dieci volte superiori a quanto da Bruxelles ci è stato concesso. Il tema non è stato portato all’attenzione della comunità europea. Così come non è stato sottolineato adeguatamente un altro aspetto: cioè che l’Italia è un paese in cui 7 miliardi di finanziamenti europei sono ancora un cumulo passivo, una risorsa inerte, cioè non sono stati ancora spesi.

Per non parlare delle centinaia di miliardi concentrati su appalti e interventi edilizi che il governo non è riuscito a smobilizzare. Aveva davvero torto il premier olandese Rutte, di fronte a questa realtà, a voler proporre un controllo comunitario non sul la volontà, ma sulla capacità dell’amministrazione pubblica italiana di avviare riforme di alto profilo? Il pozzo senza fondo del clientelismo, della distribuzione a pioggia, dell’assistenzialismo a testa multipla in cui finiscono, come prassi diffusa, i capitali erogati per le riforme non sono un’ossessione dell’ex ministro Carlo Calenda.

In questi giorni Conte se li trova dispiegati tutti insieme come un sudario mortale. Non si sa, infatti, di chi dovrà essere la cabina di regia della spesa dei 209 miliardi di prestiti e sussidi decisa a Bruxelles: Del governo? di comitati in cui siano rappresentate le opposizioni? o del parlamento? Come quella shakesperiana di Banco, è tornata implacabile l’ombra di Rutte.

 

 

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