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Con Olivia de Havilland se ne va lo splendore della vecchia Hollywood

L’attrice scompare a 104 anni, memorabile il ruolo di Melania in “Via col vento”. La dolorosa “faida” con la sorella Joan Fontaine e la dura e vittoriosa lotta contro la Warner che all’epoca teneva gli attori “in ostaggio”
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Con la scomparsa di Olivia de Havilland hanno finito di scorrere i titoli di coda dell’età d’oro di Hollywood.

L’attrice britannica naturalizzata statunitense, l’ultima ancora in vita del cast di Via col vento e la più longeva vincitrice di Oscar, è scomparsa serenamente nel sonno all’età di 104 anni, nel suo appartamento di Parigi. Per tutti, i suoi lineamenti sottili sono stati quelli di Melania, la più odiata brava ragazza della storia del cinema.

In un’intervista, de Havilland spiegò ciò che una spettatrice che veda Via col vento dopo l’adolescenza e ambisca a trarne un qualche insegnamento dovrebbe capire: è meglio essere una “Melania” che una “Rossella”.

Lei aveva desiderato quel ruolo quando tutte volevano quello di Rossella, tanto da litigare con la Warner Bros pur di interpretarla.

«Mi rispecchiavo in Rossella e nel suo essere una donna in carriera, che sapeva cosa voleva e ed era determinata ad ottenerlo. Ma desideravo avere la spiritualità e l’equilibrio di Melania. Ad attrarmi, del personaggio, è stato il fatto che fosse una persona felice», raccontò in un’intervista.

Melania, infatti, è l’unico personaggio a meritare un quasi lieto fine: amata da tutti per la sua pacatezza, ha avuto e ricambiato l’amore di Ashley, continuando a voler bene a Rossella anche se lei prova per tutta la vita a rubarle il marito, certo è l’unica dei protagonisti a morire, ma durante il secondo parto, dopo una vita tutto sommato felice e solo alla fine dei 238 minuti di film.

Come tutte le dive della Hollywood che fu, la vita di de Havilland potrebbe essere un romanzo di formazione.

Ebbe grandi successi, tutti nella prima parte della sua carriera: una prima nomination all’Oscar con Via col Vento nel 1940 e due statuette vinte per miglior attrice protagonista nel 1947 con A ognuno il suo destino e nel 1950 con L’ereditiera.

Ma anche grandi sconfitte, la più cocente delle quali legata a quella che fu la sua nemesi per tutta la vita: la sorella più piccola, Joan Fontaine, che prese come nome d’arte il cognome del patrigno. In un’intervista rilasciata alla rivista a People nel 1978, quando già le due non si parlavano più, Joan disse: «Sono stata la prima a sposarmi, la prima a vincere l’Oscar, la prima a diventare madre. Se morirò prima di lei la farò infuriare, perché l’avrò battuta anche in quello». Ci riuscì, morendo all’età di 96 anni nel 2013.

Le due, pur lavorando nello stesso ambiente ed essendo tutt’ora le uniche due sorelle ad aver vinto l’Oscar per miglior attrice protagonista, non andarono mai d’accordo e la faida nacque proprio nel 1942, quando si sfidarono per la statuetta dorata. Ad avere la meglio fu Fontaine con “Il sospetto” di Hitchcock e De Havilland vinse l’Oscar cinque anni dopo, ma le due non si fecero mai nemmeno i complimenti.

Dopo scontri e riconciliazioni durate trent’anni, le due smisero di parlarsi definitivamente nel 1975, quando litigarono per l’organizzazione del funerale della madre, che aveva sempre spinto la loro rivalità e preferiva Olivia a Joan, costringendo la più giovane a non firmare un contratto con la Warner perché era già la Mayor dell’altra.

Gli spettatori di tutto il mondo la ricorderanno per sempre come l’eterea Melania, ma a doverle molto sono soprattutto i suoi colleghi attori.

C’è una sentenza interpretativa del codice del lavoro della California, infatti, che ancora oggi è nota come “De Havilland law”. Olivia de Havilland è stata la prima attrice ad avere il coraggio di sfidare la Warner Bros e a vincere, con una pronuncia che entrò nei libri di giurisprudenza e incrinò la dittatura dei grandi studi cinematografici nei confronti.

Allora, infatti, gli attori venivano pagati con un contratto da dipendenti ed erano obbligati a recitare nelle pellicole scelte dai produttori, con il rischio di essere sospesi senza stipendio in caso di rifiuto.

I suoi scontri con la Mayor – alla quale era legata da un contratto di sette anni firmato quando lei era ancora sconosciuta – erano iniziati perché lei era stanca di recitare la parte stereotipata di interesse amoroso del bello di turno ( nel suo caso Errol Flynn: insieme recitarono in otto pellicole, la più nota delle quali è Le avventure di Robin Hood) e ambiva a parti più complesse.

De Havilland rifiutò vari film che le erano stati assegnati e la Warner la sospese per sei mesi. Alla fine del settimo anno lei credeva di essere finalmente libera, ma la Warner sostenne che i sette anni dovevano essere di lavoro effettivo e che quindi lei era ancora vincolata.

Fu così de Havilland fece causa alla Warner: nel 1943 la Suprema corte della California le diede ragione, stabilendo che la durata del contratto era di sette anni di calendario e la pronuncia fu un duro colpo per lo strapotere degli studios.

Lei non lavorò per due anni a causa dell’ostracismo dei produttori, ma si guadagnò il rispetto e la gratitudine di tanti colleghi che beneficiarono ampiamente della nuova giurisprudenza.

Addirittura la sorella Joan dovette ammettere: «Hollywood deve molto a Olivia».

Una Hollywood dorata che oggi, senza di lei, se n’è definitivamente andata con il vento.

 

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