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Ilaria Cucchi: “Basta parlare di mele marce: a Piacenza un sistema, ora niente sconti a nessuno”

Per la sorella di Stefano Cucchi, il ragazzo morto dopo il pestaggio da parte di due carabinieri, le violenze di Piacenza mettono in evidenza un "sistema"
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“La vicenda di Piacenza e’ un fatto enorme e gravissimo che ricorda il caso di mio fratello”. Lo ha detto Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, commentando l’inchiesta della procura di Piacenza che coinvolge alcuni carabinieri accusati di diversi reati dal traffico di droga alla tortura. “Bisogna andare fino in fondo e non fare sconti a nessuno, come hanno dimostrato magistrati coraggiosi nell’inchiesta sulla morte di mio fratello e anche in questa indagine. Basta parlare di singole mele marce, i casi – ha proseguito Ilaria Cucchi – stanno diventando davvero troppi. Il problema e’ nel sistema. Mi vengono in mente i tanti carabinieri del nostro processo che vengono a testimoniare contro i loro superiori e mi chiedo con quale spirito lo facciano quando poi spuntano comunicati dell’Arma come subito dopo la testimonianza del loro collega Casamassima”.

La “mela sana”: il giovane carabiniere che rifiutò gli illeciti

“Io barro, non voglio fare un falso ideologico!”. Dall’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Piacenza, emerge la figura di un neo carabiniere “dall’atteggiamento solitario, che non fa gruppo”, cosi’ lo definiscono due degli arrestati, che si oppone, quanto meno non partecipandovi, a quello che per gli inquirenti sarebbe stato un andazzo criminale, caratterizzato da pestaggi, arresti illegali, spaccio di droga, festini con escort dentro la caserma sequestrata. R.B., queste le iniziali del ragazzo che appare la ‘mela sana’ in un contesto buio, confida al telefono i suoi dubbi sull’operato dei colleghi al padre, carabiniere in pensione.

– Da questi colloqui, scrive il giudice Luca Milani, si evince “tutta la delusione del giovane militare dell’Arma per essere finito a lavorare in un ambiente in cui vengono costantemente calpestati i doveri delle forze dell’ordine, dove tutto e’ tollerato a condizione che vengano garantiti i risultati in termini di arresti”. Per il magistrato, il ragazzo manifesta “una scarsa propensione a seguire i colleghi dovuta al suo forte disagio nel constatare le continue violazioni e gli abusi commessi all’interno della caserma di via Caccialupi”. “Molte cose le fanno le cose a umma a umma, non mi piacciono”, ripete piu’ volte al genitore, riferendosi ai colleghi poi arrestati, e spiegando al padre di non voler attestare falsamente “di avere fatto in una tot data un qualcosa che poi non e’ neanche vero”, commettendo quindi un falso.

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