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Frena la legge dei 5S sui detenuti ostativi: «Parli la Consulta»

Secondo la Corte costituzionale è illegittimo subordinare al pentimento del recluso persino la concessione del più blando dei benefici, il permesso appunto
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Si può parlare di frenata. Lunedì pomeriggio il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha intavolato un vertice in videoconferenza con gli sherpa della maggioranza in materia di giustizia. Un preview del summit consumato poi stanotte sul Csm, dal quale dovrebbe essere uscito il via libera alla riforma della magistratura ( ma che non si è ancora concluso al momento di andare in stampa). In attesa del Consiglio dei ministri in cui domani o venerdì approderà il ddl delega, va appunto registrata una “doverosa frenata”, se la si vuole così definire: riguarda una legge che il Movimento 5 Stelle da mesi spera di mettere in rampa di lancio, quella con cui si vorrebbero limitare al massimo gli effetti della sentenza della Consulta sui permessi ai detenuti di mafia in regime ostativo. Secondo la Corte costituzionale è illegittimo subordinare al pentimento del recluso persino la concessione del più blando dei benefici, il permesso appunto. Dal giorno stesso di quella decisione, lo scorso 23 ottobre, del tutto coerente con la pronuncia emessa poche settimane prima dalla Corte europea, una parte della maggioranza ha messo in moto la macchina delle reazione. Fino a ipotizzare, in commissione Antimafia, un articolato che metta i paletti addirittura al giudice delle leggi. Ma lunedì sera come detto si è imposto un lampo di ragionevolezza, nella discussione, abbastanza serena, tra il guardasigilli e i rappresentanti della maggioranza. Si è stabilito che non se ne farà nulla fino al prossimo autunno, epoca in cui è attesa una nuova pronuncia a Palazzo della Consulta, che dovrebbe riguardare stavolta benefici penitenziari più significativi, quale la concessione della libertà provvisoria.

Si riscatta dunque almeno un po’ la parte più garantista dell’alleanza di governo, il fronte — costituito da Pd, Italia viva e una parte di Leu — meno sedotto dalle leggi clamorose in materia penale. Sempre nella riunione in videoconferenza di lunedì, a cui hanno preso parte, con Bonafede, diversi parlamentari, si è discusso anche di un ulteriore dossier, sul quale invece l’orientamento restrittivo del ministro pare destinato a prevalere, ossia l’inasprimento delle pene per l’omicidio stradale. Il guardasigilli ha accettato di affidare alla libera scelta condivisa il veicolo normativo per introdurre le novità, fra cui pesantissime aggravanti per chi, mentre guida col cellulare attivo, provoca la morte di un passante. Però Bonafede ha anche detto chiaro e tondo che «una risposta va data», dopo essersi impegnato in tal senso coi familiari di Alessio e Simone, i cuginetti uccisi un anno fa da un suv che correva per le viuzze di Vittoria, in Sicilia.

Certo è che la partita sulla giustizia si è riaperta, ora che il lockdown è alle spalle. Sui problematici limiti da imporre al quadro di norme ereditato dalla Consulta sul 4 bis, non si esclude che possa essere Pietro Grasso, estensore della relazione approvata in commissione Antimafia, a predisporre un articolato. Ma lo stesso ex capo della Dna e senatore di Leu ha convenuto con gli alleati che «giocare a rimpiattino» con la Corte costituzionale, senza attenderne le nuove decisioni ( una sui reati di immigrazione è attesa nelle prossime ore), sarebbe davvero inappropriato.

Adesso la scena sarà tutta per la riforma del Csm. Fino all’ultimo resterà aperto il capitolo del ddl riservato al sistema per l’elezione dei componenti togati. Il principio che sembra essersi imposto è: dobbiamo fare fuori il correntismo, non le correnti. Sicuro il no al sorteggio, resta da decidere se risolvere i collegi in bilico con un ballottaggio o seguire la logica proporzionale. «Ma l’ultima parola sarà del Parlamento», assicurano tutti. Il finale non è dietro l’angolo.

 

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