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La rivoluzione della giustizia può attendere: il “processo” Palamara rinviato a settembre

La difesa di Palamara ricusa Piercamillo Davigo come componente del Collegio giudicante. Si riprende il 15 settembre
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La prima udienza disciplinare a carico di Luca Palamara (pm sospeso dalla funzione di magistrato ed espulso dall’Anm), Cosimo Ferri (magistrato in aspettativa, attualmente parlamentare di Italia Viva) e dei 5 ex componenti del Consiglio superiore della magistratura che si sono dimessi dopo lo scandalo Procure a seguito dell’inchiesta di Perugia (si tratta di Antonio Lepre, Luigi Spina, Corrado Cartoni, Gianluigi Morlini e Paolo Criscuoli) subisce un primo stop.

A causa di una richiesta di legittimo impedimento dalla Procura generale e per la ricusazione chiesta dalla difesa di Palamara per Piercamillo Davigo come componente del Collegio giudicante. Il presidente del Collegio, il laico della Lega Emanuele Basile, ha dichiarato la sospensione del procedimento per Palamara . La data fissata e’ il 15 settembre 2020 alle ore 14.30. Davigo e’ stato richiesto perche’ non si e’ astenuto di sua volonta’.

A presiedere il collegio disciplinare è oggi il laico della Lega Emanuele Basile, mentre la procura generale della Suprema Corte è rappresentata dall’avvocato generale Pietro Gaeta e dal sostituto pg Simone Perelli.«Non ravviso alcun motivo di astensione», ha detto Davigo, in apertura dell’udienza. La difesa ne aveva chiesto l’astensione in quanto il suo nome è presente nella lista di 133 testimoni chiamati ed essere ascoltati, dunque si troverebbe nella condizione di teste e giudice nello stesso processo.Il processo disciplinare, oltre che Palamara, indagato a Perugia per corruzione, riguarda anche Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa e deputato di Italia viva, e 5 ex togati del Csm, Luigi Spina, Corrado Cartoni, Antonio Lepre, Gianluigi Morlini e Paolo Criscuoli. Tutti protagonisti, insieme all’ex ministro Luca Lotti, dell’incontro in un albergo romano, l’hotel Champagne, il 9 maggio dello scorso anno, in cui si discusse di nomine ai vertici di alcune importanti procure italiane, innanzitutto quella di Roma.L’episodio era emerso dalle intercettazioni dell’inchiesta di Perugia, che ha dato il via alla bufera che ha travolto la magistratura italiana. Gravi le accuse mosse dal pg della Cassazione, Giovanni Salvi, a Palamara e agli altri sei magistrati a processo: «comportamenti gravemente scorretti» e inottemperanti ai doveri di riserbo, una«strategia di discredito» messa in atto ai danni dei colleghi, «influenze occulte» e «interferenze» nell’attività del Csm sulle nomine.

La “testimonianza” di Giancarlo Caselli

Il capo dello Stato ha definito di “modestia etica” i tempi che stiamo vivendo. Chiaro il riferimento anche alle traversie della magistratura. Va detto peraltro che pure prima del caso Palamara si erano registrati episodi sconcertanti, ancorché non riconducibili all’andazzo generalizzato e dilagante che emerge dall’inchiesta di Perugia”. E’ la premessa da cui parte l’ex procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli, in un articolo sul Fatto Quotidiano dal titolo “Csm, l’unica fedeltà è alla Costituzione”. Prosegue Caselli: “Mi limito ad alcuni esempi. Primo. Il programma della loggia P2, sciolta per legge nel 1982, parlava di “una forza interna alla magistratura (la corrente di Magistratura indipendente) che raggruppa oltre il 40% dei magistrati italiani su posizioni moderate”, e sosteneva che “un raccordo sul piano morale e programmatico” insieme a “concreti aiuti materiali” avrebbe assicurato “un prezioso strumento già operativo all’interno del corpo”…”.

Per Caselli, “come si vede, la degenerazione delle correnti, pur nella sua gravità, non è assimilabile alle trame di “venerabili maestri” che assoldano magistrati. E non si tratta di semplici progetti, perché proprio per l’adesione alla P2 e i finanziamenti ricevuti, il Csm (intervenendo responsabilmente) ha radiato dall’ordine giudiziario, nel 1983, l’allora segretario della corrente in questione”.

L’impareggiabile professionalità di Giovanni Falcone fu sacrificata dal Csm (1988) sull’altare della maggiore anzianità, a vantaggio di un candidato (Antonino Meli) che di processi di mafia non ne aveva visti mai. Ed era lo stesso Csm che per la nomina dei dirigenti in terra di mafia si era dato la direttiva di valorizzare le attitudini specifiche. Direttiva applicata per la nomina di Borsellino a procuratore capo di Marsala, ma pochi mesi dopo aggirata con nonchalance per Falcone”. Per Caselli, “il “gioco” delle correnti fu smaccato, tanto che Borsellino parlerà di giuda. Come a dire che anche allora le regole potevano valere a intermittenza se c’erano certi obiettivi da raggiungere. Non solo la nomina di un dirigente, ma pure spalancare le porte a uno come Meli, convinto che il pool di Falcone fosse una infruttuosa inutilità da demolire, arretrando l’antimafia di una cinquantina d’anni. Rassicurando nel contempo chi di Falcone temeva il pericoloso “maccartismo”, in ragione della dichiarata propensione a occuparsi anche della “convergenza di interessi col potere mafioso […], che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa Nostra e della sua natura di contropotere” (1987, ordinanza- sentenza del “maxi ter”)”. Infine il terzo esempio, “un caso vissuto sulla mia pelle”, scrive Caselli , “ma che trascende il personale”. Si tratta del “concorso bandito dal Csm nel 2005 per la nomina del nuovo Procuratore nazionale antimafia (Pna)” che aveva “come principali candidati Piero Grasso e il sottoscritto. Contro di me si scatena una campagna con l’obiettivo esplicito di farmi “pagare” il processo Andreotti (sullo sfondo incombe pure Dell’Utri). Tal Luigi Bobbio, magistrato prestato alla politica, senatore di Alleanza nazionale, propone una leggina che impedisce di diventare Pna a chi sia over 66. Guarda caso, l’età che io avevo appena raggiunto per cui la leggina viene subito battezzata “anti Caselli”.

 

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