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L’allarme della Dia: «l’infezione sanitaria del virus affiancherà l’infezione finanziaria mafiosa»

Dia, Direzione investigativa antimafia
La relazione: «necessario non precludere o ritardare in alcun modo l’impiego delle ingenti risorse finanziarie che verranno stanziate e semplificare le procedure antimafia»
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L’emergenza sanitaria connessa al Covid-19 «se non adeguatamente gestita nella fasi di ripresa post lockdown, può rappresentare un’ulteriore opportunità di espansione dell’economia criminale». A dirlo è la Direzione investigativa antimafia, nella relazione relativa al secondo semestre del 2019. Un paragrafo del lungo documento è dedicato anche all’emergenza, nonostante la stessa sia intervenuta dopo il periodo preso in analisi dagli investigatori. L’allarme, però, sarebbe tale da rendere necessario un approfondimento, per lanciare un allarme sulle nuove opportunità che la situazione di crisi concede alle mafie.Esse, «nella loro versione affaristico-imprenditoriale – si legge nella relazione – immettono assai rilevanti risorse finanziarie, frutto di molteplici attività illecite, nei circuiti legali, infiltrandoli in maniera sensibile. La loro più marcata propensione è quella di intellegere tempestivamente ogni variazione dell’ordine economico e di trarne il massimo beneficio».Ed «ovviamente», si legge ancora, sarà così anche per l’emergenza Covid-19. E ciò non solo a causa del periodo di lockdown, che ha messo in ginocchio gran parte delle attività produttive, «ma anche perché lo shock del coronavirus è andato ad impattare su un sistema economico nazionale già in difficoltà; un sistema che nel 2019 aveva segnato un marcato rallentamento, con un Pil cresciuto di soli 0,2 punti percentuali rispetto all’anno precedente e ben distante dal picco raggiunto nel 2008».

La crisi sanitaria, dunque, ha impattato su un tessuto economico già fragile, finendo per accrescere, specie nelle regioni del sud Italia e nelle periferie depresse delle grandi aree metropolitane, «le sacche di povertà e di disagio sociale già esistenti». Da qui una ancora più ridotta possibilità di disporre di liquidità finanziaria – spesso ottenuta anche attraverso il lavoro irregolare –, che rischia di compromettere «l’azione di “contenimento sociale” che lo Stato, attraverso i propri presidi di assistenza, prevenzione e repressione ha finora, anche se con fatica, garantito».

«Alla fascia di una popolazione tendenzialmente indigente secondo i parametri Istat, se ne va ad aggiungere un’altra, che inizia a “percepire” lo stato di povertà cui sta andando incontro. Un focolaio che finisce per meglio attecchire soprattutto nelle regioni di elezione delle mafie, dove una “Questione meridionale” non solo mai risolta, ma per decenni nemmeno seriamente affrontata, offre alle organizzazioni criminali da un lato la possibilità di esacerbare gli animi, dall’altro di porsi come welfare alternativo, come valido ed utile mezzo di sostentamento e punto di riferimento sociale».

L’accresciuta paralisi economica potrebbe poi aprire alle mafie «prospettive di espansione e arricchimento paragonabili ai ritmi di crescita che può offrire solo un contesto post-bellico». Due le prospettive possibili: la prima, di breve periodo, in cui le organizzazioni mafiose tenderanno a consolidare sul territorio, specie nelle aree del Sud, il proprio consenso sociale, attraverso forme di assistenzialismo da capitalizzare nelle future competizioni elettorali. «Un supporto che passerà anche attraverso l’elargizione di prestiti di denaro a titolari di attività commerciali di piccole-medie dimensioni, ossia a quel reticolo sociale e commerciale su cui si regge l’economia di molti centri urbani, con la prospettiva di fagocitare le imprese più deboli, facendole diventare strumento per riciclare e reimpiegare capitali illeciti».

Il secondo scenario, di medio-lungo periodo, potrebbe vedere le mafie – specie la ‘ndrangheta – «stressare il loro ruolo di player, affidabili ed efficaci anche su scala globale. L’economia internazionale avrà bisogno di liquidità ed in questo le cosche andranno a confrontarsi con i mercati, bisognosi di consistenti iniezioni finanziarie. Non è improbabile perciò che aziende anche di medie – grandi dimensioni possano essere indotte a sfruttare la generale situazione di difficoltà, per estromettere altri antagonisti al momento meno competitivi, facendo leva proprio sui capitali mafiosi».

«Potrà anche verificarsi che altre aziende in difficoltà ricorreranno ai finanziamenti delle cosche, finendo, in ogni caso, per alterare il principio della libera concorrenza. Uno scenario di medio-lungo periodo che ha un certo grado di prevedibilità e che all’infezione sanitaria del virus affiancherà l’infezione finanziaria mafiosa, impone che la classe dirigente pubblica mantenga sempre alta l’attenzione».

Se da un lato, infatti, nella fase dell’emergenza sanitaria, la rosa delle Istituzioni è pressoché unanime nel vigilare sugli eventuali tentativi di infiltrazioni mafiose, nella “fase 3”, con il progressivo decadimento dell’attenzione, quando i riflettori si abbasseranno, «le mafie sicuramente tenderanno a riprendere spazio, insinuandosi nelle maglie della burocrazia. Sarà fortemente auspicabile perciò, l’adozione di una strategia di prevenzione antimafia adattativa. Una strategia che sia in grado di fronteggiare quella mafiosa, ancorata da sempre ad un suo vecchio adagio: incudine nel tempo dell’attesa e martello in quello dell’azione».

Una strategia antimafia «che tenga prioritariamente conto della necessità di non precludere o ritardare in alcun modo l’impiego delle ingenti risorse finanziarie che verranno stanziate. Si dovrà puntare a processi di lavoro in cui le Prefetture, epicentro degli accertamenti antimafia in materia di appalti pubblici, siano nelle condizioni di sviluppare opzioni operative ad hoc, cioè “adattabili”, consonanti con le esigenze che di volta in volta si prospetteranno. Opzioni operative calate nella realtà, funzionali agli obiettivi da raggiungere: sia che abbiano portata internazionale, come l’Expo Milano 2015; sia che si rivelino di grande impatto funzionale per il Paese, come il Ponte Morandi di Genova o “semplicemente puntiformi”, legati cioè alle singole realtà territoriali, ma non per questo meno rilevanti».

Il sistema di prevenzione antimafia dovrà necessariamente essere, pertanto, «duttile, adattabile e dinamico, in grado di variare il proprio assetto in relazione all’obiettivo, senza sottostare a precostituiti standard operativi che finiscono per ingessare l’azione di controllo e rallentare l’esecuzione delle opere. Saranno i lacciuoli della burocrazia che potranno favorire le mafie nell’accaparrarsi gli stanziamenti post Covid, con danni particolarmente rilevanti per il Sistema Paese».

La strada da seguire «è quella di puntare anche sulla professionalità della classe dirigente ma anche e soprattutto sull’affidabilità e sul coraggio di saper operare scelte nella direzione di una intelligente semplificazione delle procedure antimafia. Una classe dirigente che abbia innanzitutto una “visione” sui valori e gli interessi da preservare. Che sia poi consapevole del modo di muoversi in anticipo delle mafie, che in passato hanno spesso “imposto il ritmo” e che sono state quasi sempre un passo avanti perché dotate, loro, di una classe dirigente capace di guidare le proprie schiere approfittando della farraginosità dell’apparato burocratico, di “interessi personali” e della tendenziale ritrosia all’assunzione delle responsabilità. È anche da qui che passa il vero rilancio economico di un Paese, che sia allo stesso tempo in grado di difendersi dai tentativi di infiltrazione mafiosa».

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